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Zero suono



Dal racconto ‘Zero suono’ (tratto da ’Empatia’, Edizioni Bacchilega). La vera storia di Zejd Coralic e della sua maestra, che ha insegnato la lingua dei segni a tutta la classe per permettere a Zejd di seguire le lezioni. Se non è empatia questa…


Che poi non è neanche vero quello che dice Thomas, cioè che le scimmie usano le mani per parlare. Basta osservarle, le scimmie usano la bocca come noi, usano versi, usano parole (le loro parole, si capisce). Semmai ci mettono le mani quando le parole non bastano a spiegarsi. Che è esattamente quello che facciamo noi.

L’autobus arriva, si aprono le porte. Salgo, sorrido ad Agnes, seduta al posto di guida; dita sulle labbra, allargo le braccia come il sole quando nasce: buongiorno le dico.

«Ciao, Leo» mi fa Agnes. E dicendolo apre la bocca, la spalanca, più che può, perché capisca anch’io. Mi viene da ridere, che prima avevo in mente la bocca delle scimmie e adesso Agnes mi sembra una scimmia col rossetto.

Mi siedo, qualcuno dei ragazzi mi saluta. La porta si richiude e l’autobus riparte. Nel silenzio. Come sempre. Posso solo immaginarlo il rumore della porta, del motore, le voci degli altri che riprendono a parlare. Posso solo immaginarlo perché sono sordomuto, dalla nascita: non sento nulla, e quando dico nulla intendo nulla, zero, zero suono, sia in entrata che in uscita.

La prof. Perri mi aspetta come ogni mattina sulla porta dell’aula 9.

«Ciao, Leo» mi dice.

Dita sulle labbra, allargo le braccia, apro la mano e traccio un segno verticale picchiettando l’aria: Buongiorno, prof.

Lei sorride, so che non capisce quel che dico, ma sorride, perché è contenta di vedermi, credo.

E pensare che quando ho iniziato questa scuola, cinque mesi fa, ero sicuro sarebbe andata come le altre volte, e cioè che dopo due o tre mesi avrei dovuto trasferirmi. E invece no, ci sto bene qui. La Perri, soprattutto, è una ok, non cerca di compiacermi a tutti i costi perché sono sordomuto, o di ignorarmi come invece succede quasi sempre.

E poi c’è Chiara. Dio, quanto mi piace Chiara. Già il nome, Chiara, come fa un nome a essere così bello? Chiara, in lingua dei segni, si dice scoprendosi il volto con le mani, come per aprire una tenda immaginaria e far entrare il sole nella stanza. Ed è esattamente quello che fa lei ogni volta che mi guarda, fa entrare il sole, dentro di me. Un giorno o l’altro devo dirglielo quanto mi piace, devo dirglielo sennò scoppio. Tanto lei la lingua dei segni non la sa, perciò non c’è pericolo che mi rida in faccia.

Mi siedo al banco, Chiara sorride, il sole arriva. Ciao, le faccio con la mano (che ciao è uguale dappertutto).

La lezione va come sempre. La prof. Perri parla, spiega, ogni tanto si rivolge a me scandendo le parole, in modo che possa leggere il labiale e non resti troppo indietro. Mi ha fatto anche un quaderno, ad anelli, in cui ogni giorno infilo una tabella con gli argomenti della mattinata. Così, fra il labiale e la tabella, posso seguire almeno a grandi linee.


Una volta si credeva che noi sordi fossimo anche scemi, perché impariamo molto meno rispetto agli altri. Bella scoperta che impariamo meno, se tutto quel che abbiamo è un labiale e una tabella. Che poi la Perri davvero fa il possibile, mica come la Bellani, l’anno scorso, che alla fine nemmeno mi guardava più. Perché è chiaro, è chiaro che è così, io faccio più fatica degli altri, perdo frasi, idee, concetti. Sordo uguale scemo. Comincio a crederci anch’io. «Leo» mi fa Chiara. La guardo. Mi sorride. «A cosa pensi, Leo?» mi domanda. Io osservo le sue labbra, così belle, che si schiudono come ali di farfalla e si muovono danzando, morbide, perfette. Le guardo e non rispondo, perché ogni volta mi ci perdo, dentro a quelle labbra. Oddio, sento che sto diventando rosso. Scuoto la testa, a niente, dico. Chiara sorride. «Tutto bene?». Annuisco, lei torna a seguire la lezione. Io invece continuo a guardarla; come faccio a non guardarla, con quel nome, quel sole, quelle labbra? Mi giro, finalmente, ma ho perso tutto il discorso della Perri. Appunto, sordo uguale scemo.

Quando esco da scuola trovo Thomas, come sempre, alla fermata. Non prende l’autobus con me, lui abita appena a un isolato, mi aspetta solo per ricordarmi quanto scemo sono io e quanto è figo lui; lui che parla, lui che usa le parole, lui che può chiamarmi scimmia. «Ciao, scimmia» mi dice infatti. «Buga-buga!». Faccio finta di niente, sorrido, mi fingo divertito. Lui continua a muovere le braccia, le dondola, le apre, si tocca naso, bocca, mento. E vorrei anche rispondergli lo sai che hai appena detto qualcosa tipo ‘mia mamma ha un cammello da corsa dentro al frigo?’ Ma preferisco stare zitto e proseguire per la mia strada mentre lui continua - lo vedo riflesso nel vetro della pensilina - a fare smorfie alle mie spalle. Io non lo guardo.

Ed è come non sentirlo.


(…)


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