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«Rami sia un eroe solo per i suoi coetanei». Intervista di Zita Dazzi su Repubblica


Zita Dazzi mi intervista su Repubblica insieme a Pietropolli Charmet, a proposito della vicenda dei ragazzi ostaggio dell'autista che li ha bloccati nel pullman per ore minacciando di incendiare il mezzo; ed è un onore per me, per l’importanza dell’occasione innanzitutto. Perché davvero le narrazioni possono aiutare le riparare i traumi e le ferite della vita. E più narrazioni abbiamo, lette, assimilate, vissute, elaborate, più possiamo intrecciare a queste la realtà incomprensibile che si abbatte su di noi e darle un senso. Grazie a Zita Dazzi per avermi concesso l’opportunità di ribadire una volta di più quella che credo la maggiore urgenza di questo nostro tempo: dare narrazioni ai nostri ragazzi.



Come usciranno i 51 bambini del pullman di San Donato da questa vicenda?

«Penso al bambino che scappando ha urlato 'Ti amo'; credo fosse un grido per la vita, il momento del superamento, della liberazione da un pericolo, la consapevolezza che la vita è più forte, che i traumi si superano, che si matura proprio grazie alle difficoltà. Probabilmente è quello che faranno».


Ma come si supera un trauma del genere?

«Bisogna dare ai ragazzi gli strumenti per farlo, e la narrazione in questi casi è molto utile. Quello che fa la letteratura è dare un aiuto per elaborare un trauma, un dolore, una frattura, com’è successo mercoledì su quel pullman».


Ce la faranno quei ragazzini di 12-13 anni?

«Ogni trauma e ogni crisi mettono in gioco e ribaltano gli equilibri, sconquassano gli scenari e gli orizzonti. Sta a noi adulti aiutare i ragazzi inserendo gli eventi traumatici in narrazioni che permettano loro di leggere gli eventi specifici e gestirli. Alcuni di questi ragazzi hanno già questa capacità perché oggi il mondo digitale nel quale vivono li immerge di fatto nelle storie».


Quindi faranno da soli?

«No. Noi adulti, noi scrittori in particolare, dobbiamo rafforzare queste storie che loro già possiedono perché non siano semplici elementi di dispersione e di intrattenimento. La chiave è fornire loro chiavi di lettura e trame narrative, fili d’oro, per capire che cos’è la vita e come la si affronta».


Li definiscono “eroi”. Va bene, secondo lei?

«L’abito dell’eroe può essere pericoloso. È sacrosanto riconoscere loro un grande merito per quest'azione, e mi piace che sia un ragazzino figli di immigrati ad aver avuto avuto un ruolo decisivo nell’esito di questa storia; ma attenzione a non spettacolarizzare, a non mediatizzare l’evento, o si rischia di imporre ai ragazzi la nostra narrazione invece di intrecciare la nostra con la loro, che deve trovare spazio ed essere rispettata, per essere utile. Rami, Adam e gli altri devono rimanere eroi, ma portati in trionfo solo dai loro compagni. Deve, il loro, rimanere eroismo silenzioso, che non distorca la percezione che i ragazzi hanno avuto dell'evento. Ricordiamoci che sono comunque e sempre soggetti in formazione».


E che ne dice del ruolo dei cellulari in questa vicenda?

«I ragazzi sono molto più in gamba di quel che pensiamo, anche riguardo ai social. La fascia delle medie è strepitosa per la consapevolezza che possiede della realtà di oggi, raggiunta anche grazie a queste abilità tecnologiche, questo surfare fra realtà virtuali e diverse. Ancora una volta, credo che i ragazzi si dimostrino all’altezza del proprio tempo, e non siano solo spettatori; anzi, dove il mondo adulto rimane indietro, loro sono un passo avanti, come suggerisce anche la mobilitazione ambientale promossa in questi mesi dalla piccola Greta. Noi adulti dobbiamo solamente aggiungere profondità alla loro navigazione fra le tante narrazioni della rete».


Repubblica Milano, 24 marzo 2019


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