• Gabriele Clima

Rai Cultura - Un romanzo sulla ricerca di un colpevole

di Federica Velonà

Da dove è partito per raccontare la storia di Alex e del suo pericoloso avvicinamento al gruppo neonazista?

La storia di Alex parte innanzitutto dalla cronaca, dalle moltissime notizie che i quotidiani riportano praticamente ogni settimana su aggressioni a danno di immigrati o persone di colore; alcuni episodi citati nel libro sono presi direttamente dalla cronaca, per esempio la devastazione della scuola elementare ad opera dei ‘black boys’. Il libro parte da questo, e dalla necessità di raccontare queste realtà, non solo ai ragazzi (perché Black boys non è un libro solo per ragazzi, è una storia trasversale), e raccontarle dal di dentro, dalle storie personali, per capire come la rabbia si possa trasformare in in odio e addirittura in desiderio di vendetta. È importante secondo me perché questo tipo di meccanismo, che sta alla base dell’odio razziale, è lo stesso che porta, per esempio, alla violenza contro le donne, o all’omofobia; oggi il termine razzismo dovrebbe avere un’accezione molto più allargata, perché è un pensiero, un atteggiamento che investe in generale ‘chi è diverso da me’, non pertiene più allo stretto concetto di ‘razza’ che oggi non ha più alcun senso; e quindi diventa un fenomeno molto più complesso. Ecco, il libro parte da tutto questo, e in questo si innestano esperienze personali, testimonianze, finzione narrativa e tutto quello che costituisce un’opera letteraria.


Dopo l’incidente Alex vuole farsi giustizia da solo. Una reazione piuttosto scioccante, non trova?

Per Alex la perdita del padre è insostenibile, e invece che accettarla come inevitabile, decide di cercare il colpevole, cioè l’immigrato che guidava il furgone coinvolto nell’incidente. È vero che, nel caso di Alex, la cosa sfocia con l’ingresso nei Black boys, questo gruppo violento orientato politicamente, che lo può aiutare a trovare l’uomo che sta cercando, ma in realtà quella di Alex è una reazione molto più comune di quanto si possa immaginare: noi stessi, se ci pensiamo, nella nostra vita di ogni giorno, siamo generalmente più propensi a cercare un colpevole invece che ad analizzare obiettivamente una situazione, perché un colpevole ci scarica di moltissime responsabilità, e in più appaga quella grande pulsione primordiale che è la rabbia, e che non può essere estirpata ma solo educata. La storia di Alex è semplicemente l’estremizzazione di questo meccanismo, ma in realtà è storia di tutti. E sotto questo aspetto Black boys più che una storia sul razzismo, è una storia sulla ricerca di un colpevole.


Mi sembra che Alex provi repulsione per la violenza. Mi dice qualcosa a questo riguardo?

Alex si accorge dall’inizio dell’errore che ha fatto entrando nei Black boys. Alex non è una persona violenta e anzi la violenza che gli fa anche molta paura; ma di fatto si trova incastrato in un gioco, quello dei Black boys, che richiede innanzitutto violenza, non solo violenza fisica (Alex dovrà partecipare a diverse spedizioni punitive, come quella della scuola che ho citato) ma anche violenza verbale, perché il leader dei Black boys, Ferenc, gli chiederà di scrivere le comunicazioni e la propaganda del gruppo, e Alex dovrà usare quel linguaggio fatto di violenza, fatto di slogan, fatto di frasi ad effetto che non hanno lo scopo di informare ma di ‘dopare le persone’, come dice lui, 'farle incazzare'; a quel punto si può dare loro un colpevole su cui scaricare la rabbia. E quindi Ale si trova in una situazione in cui non solo viene falsata la realtà, violentemente, ma anche la lingua usata per raccontarla. E questo è forse più pericoloso della violenza che si vede, perché è più difficile da individuare e quindi da combattere (i social sono un chiaro esempio di questo tipo di comunicazione, e infatti sono usati spesso anche dalla politica (da quella politica che urla e che cavalca l’odio, la rabbia e la pancia delle persone).


Il personaggio della madre è centrale nella vicenda. Mi colpisce la sua solidità, e la possibilità che dà ad Alex di non perdersi.

È vero, la madre di Alex è per lui una bussola, un faro che gli permette di mantenere comunque e sempre la rotta, nonostante resti colpita in maniera importante dall’incidente e nella storia attraversi momenti difficilissimi da un punto di vista psicologico. Ma che per Alex c’è, sempre e comunque, è lì, accanto a lui, in qualunque situazione. Alex lo capisce col tempo, lo capirà alla fine della vicenda, ma sarà proprio la presenza di sua madre che mai gli viene meno, a dargli quella spinta e quell’esempio di resilienza che gli permetterà di fatto di uscire da una situazione da cui non sembra esserci alcuna via d’uscita. Mi piace molto, la forza della madre di Alex perché è la forza che aveva mia madre, mia madre morta prima che io terminassi di scrivere questo libro e a cui infatti il romanzo è dedicato, e che è la forza NON di chi non cade mai - francamente diffido delle persone che dicono di non cadere mai - ma di chi non ha paura di cadere perché sa come rialzarsi. Io credo che sia questo, prima di tutto, quello che noi mondo adulto dovremmo passare ai nostri ragazzi, non il mito dell’incrollabilità o dell’infallibilità, alle quali non credo assolutamente, ma la capacità di risollevarsi dopo ogni caduta. E questo lo si fa accettando la propria fragilità, solo che occorre molta forza per accettare la propria fragilità, ed è una cosa che penso che mia madre mi abbia insegnato, col suo esempio. La figura della madre di Alex è costruita interamente su quello che è stata mia madre.


7 giugno 2021

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