• Gabriele Clima

Quel sottile confine tra realtà e immaginario

di Oriana Picceni. Intervista apparsa su Style Piccoli (Corriere della sera), settembre 2022


I ragazzi hanno bisogno di storie belle, storie in cui possano ritrovarsi e capire che non sono mai soli. E non è detto che le storie belle siano facili da attraversare, anzi, possono spalancare interrogativi, scavare nel profondo, smuovere corde nascoste (o dimenticate). Alle volte ti prendono per mano con tanta energia che poi è difficile lasciarle andare. Ecco quello che succede quando entri tra le pagine dei romanzi di Gabriele Clima, che sa parlare ai ragazzi (ma anche ai grandi) di tematiche sociali delicate e importantissime, come la diversità, l’integrazione, il razzismo, la discriminazione. Con grande garbo, ma senza sconti. Perché le storie belle devono essere prima di tutto sincere.


Solo così puoi davvero sentire la polvere che affatica il respiro nei passi di Salím e Fatma mentre vanno incontro ai loro destini (Continua a camminare, Feltrinelli), la rabbia che monta in Nico e che si disegna sui muri della sua camera (La stanza del lupo, Edizioni San Paolo), il dolore di Alex che ha perso il padre e cerca le sue risposte in un gruppo violento di azione giovanile (Black Boys, Feltrinelli). I sentimenti difficili e a volte indecifrabili dell’adolescenza, la ricerca del sé e di un proprio posto nel mondo sono la cifra di una scrittura che ha dentro il ritmo delle corse in bicicletta di Maryam, che porta in Afghanistan la sua rivoluzione silenziosa (Fiori di Kabul, Einaudi Ragazzi), della fuga di Nino che solo così riesce ad ascoltare veramente il suo cuore (Con le ali sbagliate, Uovonero) e di quella di Dario e Andy, che imparano a conoscersi (e riconoscersi) in un toccante viaggio on the road (Il sole fra le dita, Edizioni San Paolo). Intensa e ricchissima di sfumature, la voce di Gabriele parla con la stessa forza sia ai ragazzi che ai più piccoli, e anche nei suoi albi illustrati ci insegna che la realtà per essere compresa ha bisogno di una buona dose di fantastico. Quello dell’universo infantile, certo, ma anche quello che a tratti troviamo in ogni sua storia e di cui è intriso il suo ultimo lavoro, la trilogia di Alibel (Il Battello a Vapore), realizzata a quattro mani con Francesca Carabelli. Per ora potete immergervi nei primi due volumi, La Malastriga e Il libro nero, ma prestissimo arriverà il terzo!

Partiamo da tema di questo numero, l’energia, che è anche uno degli elementi cardine di Alibel: quali energie troviamo tra le sue pagine?

Tutte! L’energia, molto in generale, è la vita. I corpi, ad esempio, sono animati da energie biochimiche. E avendo io una visione cartesiana di corpo e anima, in cui sono

due cose intrecciate, l’energia per me è sicuramente anche quella dell’anima. La trilogia di Alibel è costruita sull’inafferrabile, sull’ingovernabile (ciò che non puoi prevedere e controllare) e su ciò che Freud all’inizio del secolo scorso chiamava il perturbante, quella parte di noi che non percepiamo razionalmente, ma sentiamo appartenerci e al contempo essere estranea: la morte, il dolore, la dimensione della follia, il buio che ci abita... E il perturbante, di fatto, è energia. Da una parte si tratta di una trilogia sulla complessità del mondo, perché sono tantissime le energie che lo compongono e che sono motore degli scambi interpersonali, e dall’al- tra è costruita sull’accettazione di quello che non possiamo controllare e che non potremo mai comprendere di noi stessi e del mondo.


Cosa ti ha portato a una storia così piena di elementi immaginari?

In realtà ho sempre intrecciato il reale con l’immaginario, il possibile con l’impossibile: negli altri miei libri questo è stato un po’ il collante, perché le grandi trasformazioni esistenziali dei miei personaggi si muovevano proprio intorno a questo concetto, del reale perché possibile. Pensa, ad esempio, a Black Boys in cui Alex parla col padre, in un dialogo chiaramente immaginario che però per lui diventa molto reale.Chi può dire che cosa è reale e che cosa immaginario? Ho sempre giocato su questo confine molto labile. In Alibel questa idea diventa assolutamente centrale e mi è piaciuto moltissimo calarmi all’interno di questo confine e vederne tutte le sfrangiature, dalla parte del reale e da quella dell’immaginario. Il confine fra le energie, in genere, è il tema portante di tutta la trilogia. A portarmi fino a qui è stato anche il Covid, perché ha fermato un po’ il tempo per tutti noi e ci ha obbligato a riflettere su alcune cose.

A fronte di questa incertezza totale di quello che era il presente e di quello che sarebbe stato il futuro, per me è stato naturale imbastire una storia che prendesse spunto da tutte le interrogazioni a cui mi aveva portato la pandemia.


Come è nato il lavoro a quattro mani con Francesca Carabelli?

Se è vero che il motore è stato il Covid, questa storia è però cominciata cinque anni fa parlandone con Francesca, che in quel periodo si era appena trasferita a Testaccio: io avevo già in mente un personaggio un po’ bizzarro, mentre lei durante il trasloco aveva trovato alcuni curiosi oggetti di famiglia intorno ai quali voleva scrivere una storia. Così abbiamo unito le energie ed è nato un primo personaggio romano, che allora si chiamava Benjamin Quest, mentre Alibel si chiamava Magdalena e prendeva spunto da una bambina vera. Questi i primi input, poi piano piano piano abbiamo maturato le cose e abbiamo lavorato ai personaggi e ai luoghi. Il lavoro a quattro mani è nato fin da subito, a partire dalla costruzione narrativa della storia. Poi il romanzo l’ho scritto io, ma abbiamo lavorato insieme anche alle immagini, partendo da alcune monotipie (stampe al torchio) che Francesca ha fatto con delle gelatine e un inchiostro cyan. Abbiamo lavorato a forme casuali suggerite dal torchio e ci ci siamo scambiati i disegni per aggiungere ognuno le proprie modifiche.

Per quanto riguarda la costruzione dei personaggi, è stato difficile entrare nei panni di un ragazzino autistico come Ben, compagno di avventure di Alibel?

È una cosa che ho già fatto in altri miei libri (ad esempio ne Lo specchio di Lorenzo ndr) e credo di essere avvantaggiato perché la mia sindrome di Tourette ha moltissimi punti di contatto con l’autismo. A partire dalle percezioni sensoriali acuite: da ragazzo, ad esempio, non riuscivo a isolare una fonte sonora o visiva ed ero costretto a stare attento a tutto quello che succedeva intorno a me. E tutto mi arrivava con pari intensità... insomma, un gran caos! Quindi, questo mi mette immediatamente nei panni di una persona iperpercettiva, con una visione diversa della realtà e degli altri, con alcune ossessioni che ti prendono e non ti lasciano più. La mia sindrome mi porta a vedere le cose in modo completamente diverso e, di fatto, ad essere scrittore: tutte le mie storie nascono da una percezione anomala della realtà in cui io colgo ogni minima vibrazione del mondo circostante, che poi diventa spunto narrativo, personaggio, luogo. E poi, nelle mie storie ho sempre lavorato molto sulla diversità.


I personaggi dei tuoi libri sono ragazzi che hanno a che fare con contesti umani, sociali e culturali in cui non è facile trovare una propria identità. Le tue, però, sono storie che aiutano a crescere. È questo il tuo intento?

La difficoltà della crescita è stata un po' la mia vita, quindi non poteva che essere anche il centro dei miei romanzi. Ma il mio intento come scrittore è raccontare storie che io sento importanti per me, altrimenti non le racconterei. È vero che poi hanno una ricaduta educativa, però è solo un effetto, non lo scopo: la letteratura ha il solo scopo di raccontare una bella storia. Una storia che nasce dalla vita dello scrittore, proprio come succede nelle altre arti.


In Alibel, come in Continua a camminare, c’è anche un bellissimo inno alla lettura e alla parola: qual è stato il libro più importante per te da ragazzo?

Da ragazzo ho avuto la sfortuna di non essere un lettore, a casa mia non c’erano molti libri e la scuola mi dava letture improponibili. Il primo libro che mi ha aperto il mondo della lettura è stato Le avventure di Huckleberry Finn, perché raccontava di me e del mio essere dodicenne Huck era l’amico ribelle e un po’ matto di Tom Sawyer, che mi piaceva meno perché era un po’ troppo per bene!

Sei anche autore di albi illustrati, come Regina Kattiva o Il Bimboleone (Edizioni Corsare): che cosa ti piace di più di questo registro narrativo? Preferisci parlare ai ragazzi più grandi o ai bambini?

Non saprei, perché in realtà non c’è molta differenza, se non di confezione: è il linguaggio che cambia, non quello che dici. È affascinante parlare ai più piccoli, perché lavori moltissimo intorno alle parole, molto più di quanto tu faccia con gli adolescenti. Le parole devono essere poche e pregne di significati. Quando parlo ai più piccoli mi piace mantenere la polivalenza della realtà e scegliere parole che non blocchino un significato in una sola immagine (o viceversa), ma che siano aperte e spingano a far muovere il pensiero. Quindi, cambia la comunicazione. Bimboleone mi è piaciuto perché mi ha dato modo di raccontare tutti i bambini che sono stato e sono tutt’ora. In Regina Kattiva mi è piaciuto molto giocare sul filo di reale e immaginario, attribuendo ai bambini, come secondo me dovrebbe essere fatto, la capacità non di astrarsi e scappare dalla realtà, ma di rimanere nella realtà elaborandola con la fantasia per trovare soluzioni concrete. Trovo che sia una capacità straordinaria dei bambini. Come si vede anche Storia di Vera (San Paolo Edizioni), il primo albo illustrato che ho scritto: di fatto è una storia d’amore, perché racconta la capacità di questa bambina di sei anni di trasformare la realtà incomprensibile del campo di concentramento.


Nelle tue storie c’è un personaggio (o più di uno) che è stato particolarmente significativo nel tuo percorso di scrittore?

Quasi tutti i personaggi dei miei libri sono stati importanti per il mio percorso di scrittore. Come sempre capita, ogni scrittore mette un po’ di se stesso in tutti i personaggi a cui dà vita sulla carta, quelli positivi, che incarnano i propri ideali, sogni, convinzioni, e quelli negativi, a cui si affidano fardelli che di solito si preferisce nascondere o negare, difetti, frustrazioni, gelosie. Se devo proprio scegliere, però, direi che Dario (Il sole fra le dita) e Nico (La stanza del lupo) hanno rappresentato due chiavi di volta del mio percorso. Entrambi appartengono a due libri fortemente autobiografici: Dario mi ha dato modo di esplorare per la prima volta il tormento e la ribellione della mia adolescenza, e Nico mi ha co- stretto a scavare fino al fondo della rabbia che ha caratterizzato un po' tutto il mio percorso di crescita da quando ero bambino (rabbia che resta ahimè uno dei motori principali dell’agire dell’uomo, a qualunque età). Entrambi dunque hanno definito un giro di boa importantissimo, sia nel mio percorso di scrittore sia in quello di individuo.


Style Piccoli, Corriere della sera, settembre 2022



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