• Gabriele Clima

Il sogno e la determinazione - I guerrieri dell'arcobaleno

Intervista rilasciata a Propolisbooks


Cosa l'ha spinta a raccontare questa storia? Come nasce l'idea de 'I guerrieri dell'arcobaleno'?

Mi sono imbattuto quasi per caso nella storia di Amchitka e di quel gruppo di dodici folli visionari che volevano cambiare il mondo. Conoscevo Greenpece, naturalmente, ma non avevo mai indagato sulle sue origini. E ho scoperto una storia bellissima, che può insegnare molto a tutti quanti, prima di tutto la forza delle idee. L’impresa di quegli uomini è una dimostrazione del potere che ha la volontà, il sogno, la passione e la determinazione, ed è una storia che va raccontata ai ragazzi, perché possano credere in se stessi e nella forza dei loro desideri. Che non sono i sogni di Cenerentola, ma progetti di cambiamento concreti e possibili.


Questa storia incoraggia i giovani lettori a fare la loro parte nella salvaguardia del pianeta, e sembra mostrarci che, indipendentemente dall'età, ognuno di noi può contribuire a questa lotta. È così importante, per lei, spingere i ragazzi all'attivismo?

È assolutamente fondamentale, io credo. L’attivismo è una scelta di civiltà, è costruire qualcosa che rappresenta un obiettivo collettivo e quindi rappresenta tutti noi in prima persona. Spingere i giovani all’attivismo significa spingerli a partecipare direttamente allo sviluppo del pensiero civile, senza il quale a mio avviso una nazione non è una nazione degna di questo nome.

Che ruolo abbiamo noi adulti in questo tentativo da parte dei giovani? Ne veniamo influenzati?

I giovani sono spiriti ribelli, e l’energia che scorre in loro è uno strumento di cambiamento potentissimo, che può influenzare anche noi adulti, obbligandoci a confrontarci con chi, di fatto, prenderà il nostro posto nel prossimo futuro. Se i giovani si muovono, noi adulti possiamo fare solo due cose: o ascoltarli o cercare di contrastarli, il che significa o combattere al loro fianco o cercare di sedare animi che, fortunatamente, sono troppo vivi per essere sedati. Per questo occorre dare ai giovani strumenti di ribellione intelligente, armarli di conoscenza e di opportunità, in modo che possano combattere le battaglie giuste.

Molte persone ritengono scontate le risorse del pianeta, come se fossero inestinguibili. Secondo lei come è possibile cambiare questo pensiero?

Quel che occorre fare è a mio avviso cambiare la prospettiva. L’attivismo ambientale non ha solo lo scopo, primario, di salvaguardare il pianeta e le sue risorse, ma anche quello di ribaltare la visione che vede l’uomo sopra tutto come un piccolo re, di ridimensionarlo, di fargli capire che, di questa Terra, non è affatto il re, è un ospite. Quel che serve è una rivoluzione culturale, prima che tecnologica.

La vicenda di Greenpeace ha cambiato le vite di milioni di persone sul pianeta e anche, in parte, le sorti del pianeta in sé. Di fatto, un piccolo gruppo di persone ha costituito il più grande movimento ambientalista della storia. Cosa la colpisce maggiormente del movimento che è stato e che è Greenpeace?

La concretezza del sogno che ha mosso tutto quanto. Da bambini ci dicono che i sogni sono sogni, non sono reali, che occorre mantenere i piedi per terra, che sognare è una faccenda per gli ingenui o i poeti. Non è così: se un sogno diventa ‘visione’, cioè un’idea possibile, per quanto folle possa sembrare, allora davvero i sogni diventano realtà, non quella magica e fatata della Cenerentola, ma quella pratica e concreta di un obiettivo che si raggiunge con costanza, lavoro e determinazione. E queste mi sembrano cose molto reali.

Difficoltà, diversità, integrazione, relazioni fra padri e figli, salvaguardia della natura, attivismo: sono solo alcuni dei temi che si possono trovare in questo libro. Perché ha deciso di affrontarli? Quale di questi l'ha spinta, sopra tutti, a intraprendere questo lavoro?

Quando scrivo un libro non penso mai alle tematiche. Uno scrittore dovrebbe pensare solo a scrivere una storia bella e coinvolgente, il suo lavoro è tutto qui. Se dovessi pensare alle tematiche, collocherei la mia storia al di fuori di quel semplice obiettivo, e la mia diventerebbe ‘una storia che parla di’, o peggio ‘una storia scritta per’, cioè una storia falsa, corrotta in partenza, il cui obiettivo non è raccontare, ma insegnare qualcosa. A mio avviso, una buona storia parla sempre di una cosa sola, cioè della vita, in tutta la sua grandezza e complessità. I lettori poi sono liberi di ricercare in quella storia le tematiche e gli insegnamenti che vorranno.


Lei tiene incontri in tutta Italia con studenti e docenti delle scuole, proponendo la letteratura come strumento per comprendere la realtà contemporanea. Ci può raccontare di questa sua attività?

Il mio lavoro nelle scuole non è diverso dal mio lavoro di scrittore. Coi ragazzi mi confronto su tante cose, non solo sui miei libri: racconto loro la mia vita personale (da cui tanti miei libri sono tratti), loro mi raccontano la propria, dibattiamo su mille argomenti, scambiandoci idee, convinzioni, simpatie, antipatie. Anche scrivere vuol dire tutto questo, confrontarsi col mondo, con realtà diverse dalle tue, con idee o culture che non ti appartengono ma che per questo possono darti qualcosa di unico e prezioso, e questo significa calarsi nella realtà e cercare di capirla. Farlo coi ragazzi è un’esperienza straordinaria, perché si assiste alla costruzione di un’idea e all’apertura di finestre di pensiero spesso inaspettate.


Cosa le piace maggiormente del lavoro coi ragazzi?

Mi piace il rigore a cui i bambini e i ragazzi ti costringono. Con loro non puoi mentire, non puoi prenderli in giro: se ti fanno una domanda devi rispondere con la massima chiarezza e onestà, altrimenti se ne accorgono e non ti stanno più a sentire. Questo ti obbliga a muovere il pensiero, a farti domande, se lavori coi bambini e coi ragazzi non smetti mai di farti domande. Forse è proprio questo che mi piace di questo lavoro, perché, se ci si pensa, è la base della filosofia.


A cosa i ragazzi rispondono di più?

I ragazzi rispondono a tutto quello che viene proposto loro con intelligenza. Se li tratti da bambini perché pensi che siano troppo piccoli per capire, il loro interesse viene meno; ma se scendi dal piedistallo adulto e li tratti da pari a pari, stabilendo con loro una relazione basata sul confronto e non sull’asserzione, allora ti seguono fino in capo al mondo. Occorre partire dal presupposto che i ragazzi hanno voglia di capire, ma a patto che chi parla sia rispettoso della loro intelligenza.


Può descrivere il suo ideale di mondo?

Socrate invitava sempre a passare attraverso tre setacci tutto ciò che si intendeva raccontare. Il primo era la verità: hai verificato l’attendibilità di quello che stai dire? Il secondo era la bontà: è qualcosa di buono o di cattivo? Il terzo era la necessità: è davvero necessario che io lo sappia? Ecco, mi piacerebbe un mondo in cui ognuno passasse ai tre setacci quello che racconta, specialmente sul suo prossimo. Perché salvaguardare l’ambiente non significa solo prendersi cura del pianeta in cui viviamo, ma anche - e forse soprattutto - delle persone che lo abitano.


10 settembre 2021

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