LE PRIGIONI DI CASTEL SANT'ANGELO

Le prigioni di Castel sant'Angelo

LE PRIGIONI DI CASTEL SANT'ANGELO

Si alzò dal giaciglio sul quale era distesa e si guardò intorno. Non c’era molto da vedere, in effetti, se non quattro pareti piene di segni tracciati con qualche tipo strumento e quella finestrella, dalla quale radi fiocchi di neve cadevano attraverso le aperture della grata, vorticando sul pavimento.
(Alibel, Il libro nero, pag. 237)

All'interno di Castel Sant'Angelo numerosi sono gli ambienti destinati al carcere, ancora oggi visitabili. La cella più malfamata era quella detta Sammalò o San Marocco, sul retro del bastione di San Marco. Il condannato vi veniva calato dall'alto e a malapena aveva spazio per sistemarsi mezzo piegato, non potendo stare né in piedi, né sdraiato. La cella era anticamente uno dei quattro sfiatatoi che davano aria alla sala centrale del Mausoleo di Adriano, dove si trovavano le urne imperiali, e che si affacciava sulla rampa di scale. Nel Medioevo era stato trasformato in segreta e qui era stato fatto un disegno dell'oscuro "San Marocco", poi storpiato in "Sammalò". Nel piano inferiore della costruzione semicircolare del Cortile del Pozzo, eretta da Alessandro VI, c'erano le celle riservate ai personaggi di riguardo. Qui tra il 1538 e 1539 fu detenuto Benvenuto Cellini. Famosa la sua evasione: durante una festa in corso presso il castello, l'artista riuscì a evadere calandosi dall'alto del muro di cinta con una corda fatta con le lenzuola. Nella caduta si ruppe una gamba ma riuscì ugualmente a raggiungere la casa del cardinal Cornaro, suo amico. Catturato nuovamente, fu ricondotto a Castel Sant'Angelo e rinchiuso nelle 'segrete':celle, a prova di evasione. Sono le prigioni storiche di Castel Sant'Angelo. Cellini stette in particolare in quella del "predicatore di Foiano", che vi era stato fatto morire di fame; vi rimase un anno, poi venne graziato dal papa per intercessione di Ippolito II d'Este e del re di Francia, suo grande estimatore. La sua cella è famosa perché su una parete Cellini vi disegnò con un rudimentale carboncino, stando a quello che egli racconta nella sua Vita (I, 120), un Cristo risorto, del quale ancora oggi ai visitatori si indica qualche traccia. In realtà questi resti del carboncino non sarebbero altro che segni prodotti da crepacci di muro non imbiancato da secoli.

Sul cosiddetto Giretto di Pio IV, a destra della Loggia di Paolo III, si trovano undici prigioni utilizzate per i prigionieri politici. Originariamente erano stanze costruite per i familiari di papa Gregorio XVI. Nell'antica loggia superiore dell'appartamento pontificio di Paolo III è SITUATA la Cagliostra, così chiamata perché nel 1789 vi fu tenuto prigioniero il celebre avventuriero Giuseppe Balsamo, detto conte di Cagliostro. Era una prigione di lusso, destinata a detenuti di riguardo.


Nelle celle di Castel Sant'Angelo vennero tenuti prigionieri, tra gli altri, gli umanisti Platina e Pomponio Leto, Beatrice Cenci, condannata a morte nonostante la giovanissima età e le attenuanti, e Giordano Bruno, oltre ai patrioti italiani durante il Risorgimento, A differenza di Benvenuto Cellini, molti illustri prigionieri di Castel Sant'Angelo vi persero la vita. Tanti di questi furono vittime dei Borgia. Tra di essi, il cardinale Giovanni Battista Orsini; questi fu imprigionato in Castel Sant'Angelo con l'accusa di aver tentato di avvelenare papa Alessandro VI. Considerata la gravità dell'accusa, la madre e l'amante del cardinale, temendo per la sorte del loro congiunto, si presentarono al pontefice con un'offerta: una perla rara e preziosissima in cambio del cardinale. Nota era la debolezza dei Borgia per le perle (sembra che Lucrezia ne possedesse più di tremila). Il papa accettò la proposta, prese la perla e, mantenendo fede alla parola data, restituì il cardinale: morto.



I processi venivano svolti nella Sala della Giustizia, le esecuzioni capitali generalmente avvenivano fuori del castello, nella piazzetta di là dal Ponte Sant'Angelo, anche se numerose furono le esecuzioni sommarie all'interno del castello e nelle stesse carceri. Nella zona del cortile antistante la Cappella dei Condannati o del Crocifisso, nell'Ottocento venivano eseguite le condanne a morte mediante fucilazione. A ogni esecuzione di una condanna capitale suonava a morto la Campana della Misericordia, sulla terrazza ai piedi della statua dell'Angelo.

Le prigioni costituiscono lo scenario del terzo atto della Tosca di Giacomo Puccini, ambientata a Roma nel 1800: il pittore Cavaradossi, condannato a morte, finisce nel carcere di Castel Sant'Angelo; qui nel cortile viene fucilato e la sua amante, Tosca, per la disperazione, si uccide buttandosi dagli spalti del castello.La superficie sottostante il Cortile della Balestra (detto anche Cortile del Pozzo) è occupata da una sequela di vani, che costituiscono le "segrete" di Castel Sant'Angelo.Tramite una porticina arcuata si accede ad un grande ambiente, detto il parlatoio. Attraversato questo primo grande locale si passa in un corridoio semicircolare sul quale, attraverso delle porte bassissime, si aprono tre anguste celle illuminate dalla fioca luce che penetra da strette inferriate sul cortile.Seguono altre due carceri - in cui sono stati di recente individuati affioramenti di creste del muro romano - anch'esse illuminate da piccole aperture. L'ultima di queste fu occupata per più di un anno da Benvenuto Cellini, che racconta nella sua Vita (I, 120), di aver disegnato durante la prigionia un Dio Padre e un Cristo Risorto di cui si possono riconoscere ancora le tracce sulla parete della cella.

Quella del Cellini era la segreta più a ridosso della cisterna, composta da tre vasche comunicanti che dovevano essere a tenuta stagna: all'epoca l'acqua passava dall'una all'altra vasca attraversando dei filtri per la depurazione. L'acqua utilizzata era certamente quella del Tevere. Infatti dal 537, fino al 1570 (anno in cui fu riattivato l'acquedotto di Trevi) i romani utilizzarono quasi esclusivamente, anche e soprattutto per bere, le acque fluviali. Essendo ritenuta tra le più salubri d'Italia anche i papi, perfino quando si allontanavano dal Castello, usavano portarsi scorte di acqua tiberina in grandi quantità.



Attraverso una porticina in cima alla scaletta della prigione del Cellini si arriva a un piccolissimo vano dove, a destra, si può vedere la latrina esterna da cui si sarebbe calato lo scultore fiorentino per l'evasione. A sinistra, invece, si scende nei due vasti ambienti delle oliare, dove entro 83 giare in terracotta - solo nel Novecento inglobate nel cemento - veniva conservato l'olio, utile per l'illuminazione e in cucina, ma anche arma micidiale se gettato bollente sui nemici dall'alto delle mura del Castello. Radialmente e lungo l'originaria galleria elicoidale seguono cinque grandi fosse circolari (vere e proprie paurose caverne): si tratta di silos per le scorte del grano con la capacità totale di 3700 quintali. Dalle prigioni, voltandosi verso la torre centrale, si può scorgere il finestrone della Sala della Giustizia, il tribunale dove venivano lette le atroci sentenze di morte ai prigionieri di Castello. Di qui passarono non solo i cardinali rei di congiure antipapali ma anche, tra gli altri, gli umanisti Platina e Pomponio Leto. Inoltre in questo temuto luogo Clemente VIII mandò al patibolo la parricida Beatrice Cenci, nonostante la giovanissima età e le attenuanti, e ordinò il supplizio di Giordano Bruno. CENNI STORICI In base ai conti di pagamento dell'agosto 1503 risulta che la trasformazione di questi ambienti in prigioni si debba ad Alessandro VI Borgia. I locali però non sarebbero tutti di quest'epoca, molti infatti sono preesistenti. Il corridoio anulare è certamente di età adrianea (circa 135 d.c.) e serviva da collegamento per i vani già esistenti e poi per quelli da aprire o allargare. Al Borgia sembrano potersi attribuire l'ampliamento o l'adattamento degli ambienti per le prigioni, le fosse dei silos e, sul piano superiore, il pozzo con gli stemmi borgiani. Per quanto riguarda le oliare si può supporre fossero di epoca medievale, probabilmente anteriore a Bonifacio IX. La grande cisterna per l'acqua è sicuramente preesistente, probabilmente anch'essa già di età adrianea.

fonte: www.sotterraneidiroma.it