• Gabriele Clima

Una precisa responsabilità

Lettera a Marco Albertini in risposta alla recensione su www.pridemagazine.it - 15 novembre 2020


Gentile Marco, mi perdoni la lunghezza di questa mia lettera, ma la sua recensione a ‘Con le ali sbagliate’ (Uovonero Edizioni) solleva questioni importanti, che esigono una riflessione un po’ più articolata.

Innanzitutto vorrei ringraziarla, perché lei tocca un punto cruciale, ovvero la complessità della tematica che la mia storia affronta. Ed è per questo che alcune sue osservazioni diventeranno oggetto del dibattito che nelle scuole avvierò coi ragazzi su questo libro. Le confesso che mi sarebbe piaciuto confrontarmi con lei, come già le avevo proposto, prima di ricevere il suo punto di vista sul mio lavoro, non perché lei avesse il dovere di interpellarmi, per carità, ma perché forse avrebbe capito un po’ meglio, conosciuto, inquadrato (che in definitiva è ciò che rimprovera a me di non aver fatto) le ragioni di alcune mie scelte. E perché io e lei combattiamo la stessa battaglia.

È molto probabile che, in questa battaglia, le mie armi siano in qualche modo inadeguate. Non ho certamente né la sua esperienza né la sua competenza nell’affrontare una questione così sfaccettata, e l'utilità di una storia come quella che ho scritto è anche avere un confronto coi miei lettori sulla dispercezione di cui questi temi sono oggetto ancor oggi nel dibattito quotidiano. Dispercezione dovuta - il suo articolo questo lo evidenzia bene - anche a una comunicazione difficile e contraddittoria, come succede nell'ambito di ogni tematica ‘scomoda’. Con ‘scomodo’ non intendo la tematica in sé, cioè, nel nostro caso, l’omosessualità, la bisessualità, la transessualità, ma la reazione che il dibattito intorno a una tematica simile provoca. E questo è il punto.

La storia di Nino ha avuto cinque anni di gestazione, durante i quali ho avuto modo di approfondire non solo l’argomento che avrei affrontato (utilizzando moltissime fonti fra cui alcune di quelle che anche lei cita), ma soprattutto storie vere, storie di vite vissute, di persone reali (a cui accenno nei ringraziamenti alla fine del libro). Queste storie sono alla base del mio racconto, anzi, ne costituiscono l’intera struttura, e sono storie ‘esemplari’, storie ‘simbolo’ potremmo dire, che a una lettura veloce forse sì, potrebbero anche sembrare cliché. È probabile che con questo libro io chieda al lettore, come dire, un passo in più (e io so che i giovani lettori lo possono fare), gli chiedo cioè di andare oltre le facili letture, per vedere la realtà che c'è dietro. Vedere Nino, per esempio, che non è un cliché, è una storia vera; o Maya, perché anche lei è una storia vera; o Grace, altra storia vera, Grace che sì, nella realtà si prostituisce, è di buon cuore e ‘dice anche cose sagge’, perché le dovrebbe apparire così strano? Anche Tiziano è una storia vera, don Claudio è una storia vera, Bruno è una storia vera, purtroppo aggiungo io, ex gay ora sposato e attivissimo predicatore di come ‘redimersi’ sia giusto e possibile; anche Sabina, povero angelo, è una storia vera, benché su di lei io mi sia concesso libertà narrativa (non era madre, per esempio, nella realtà). Perfino i genitori di Nino sono storie vere, storie piccole, in bianco e nero, storie documentate, che dimostrano come nulla, in realtà, uno scrittore sia costretto a inventare.

È lecito, da parte sua, non volermi concedere quel passo in più, è mia responsabilità, come ho detto, averlo chiesto. Eppure sono convinto che per capire la natura di questa mia scelta le sarebbe bastato approfondire un po’ più il mio lavoro, che non gioca mai su storie scontate, non usa mai cliché, e non cerca mai vie facili. Forse il suo pezzo sarebbe stato più morbido, senza per questo rinunciare a quella vivacità indispensabile a chi critica ciò che gli sembra giusto dover criticare (e che criticare è nel suo pieno diritto), ma attenuando almeno quei toni così bellici, concitati, che trasformano la sua critica (che sarebbe stata molto ben accolta, anche intorno ai cliché) in un’invettiva, che a tratti sembra assumere toni sessisti. La nostra, come ripeto, è una battaglia comune, ma è molto difficile costruire battaglie comuni sulle invettive, laddove invece le critiche sono humus prezioso. A me cogliere, come ho detto, il buono che fra quei toni posso trovare, e renderlo oggetto di dibattito a scuola per portare i ragazzi a quella che è e dev’essere, appunto, una battaglia comune.

Questo libro, vede, nasce da un’urgenza precisa, cioè quella di sensibilizzare i ragazzi a un problema che oggi non sembra per niente risolto, tanto che si è dovuta promulgare una legge, la Zan che lei ben conosce, che tuteli noi cittadini, oggi, 2020, contro l'omo-lesbo-bi-transfobia. Ora, per sensibilizzare a un problema ci sono due modi. Il primo è quello che suggerisce lei, cioè raccontare le storie di chi, da quel problema, è toccato marginalmente; può essere la storia di un transessuale dirigente d’azienda, o avvocato, o esponente politico; lei ha ricordato Sarah McBride, io potrei aggiungere Pauline Ngarmpring, o anche la nostra Vladimir Luxuria, persone che hanno trovato la propria realizzazione anche grazie alle battaglie che associazioni quali l’Agedo, che lei ha menzionato, e persone come lei, Marco, hanno combattuto. Il secondo modo è raccontare di chi, invece, da quel problema è minacciato talmente da vedersi negare ogni giorno dignità, riconoscimento e diritti, e dunque precludere ogni libera scelta; come è accaduto a Grace e a tutti coloro che (nella vita reale, non in un libro) hanno scelto la strada.

Ecco, in questo momento ritengo più urgente quest’ultimo, così come per sensibilizzare i giovani al problema, che so, della violenza di genere, riterrei più urgente raccontare di quelle donne che vengono uccise da un raptus psicotico del proprio partner, piuttosto che di quelle che tutto sommato, ma sì, non lamentiamoci, la mia vita alla fine è così male. È molto bello, e spesso anche utile, raccontare storie di salvazione o di normalità (e se lei conoscesse la mia produzione saprebbe che l’ho fatto più volte), ma dipende dai casi e soprattutto dal momento politico. E in un momento in cui una legge Zan diventa così indispensabile per la tutela dei diritti (e delle vite) dei cittadini, credo occorra riflettere bene sulle storie da raccontare.

La mia storia dunque non è quello che, come lei scrive, ‘la narrazione della società eteropatriarcale richiede’. È invece il racconto fedele di ciò a cui la società attuale spinge ancora troppe persone. Non passiamo ai ragazzi pregiudizi al contrario: quello che accade a coloro che non hanno la fortuna di godere di associazioni che reclamano diritti per loro dev’essere raccontato.

Allo stesso tempo però occorre farlo con attenzione. Nel suo articolo lei lamenta la poca efficacia con cui descrivo l’esperienza di Nino alla clinica (che si basa davvero, nella realtà, su preghiere e insegnamenti, ma anche questo potrebbe appurarlo approfondendo le fonti che cito), facendo apparire il percorso ‘riparativo’ di Nino come una semplice ‘burla folcloristica’. Io credo invece il contrario, credo che quella vicenda colpisca profondamente un giovane lettore, e per questo non poteva essere raccontata con toni più accesi. Come scrittore per ragazzi ho un preciso dovere, morale e professionale, che è quello di calibrare ogni frase e ogni parola in modo che il carico emotivo di ciò che racconto sia proporzionato a quel che un ragazzo è in grado di sostenere. Ma questo lo sa bene chi recensisce - conoscendola - letteratura per ragazzi. La mia storia, inoltre, non è una denuncia, e non è nemmeno un romanzo-inchiesta; è un romanzo di formazione, e tale deve restare. Le assicuro che i lettori capiscono perfettamente che quella clinica - da cui Nino scappa, in cui Sabina perde la vita, in cui Dario è costretto in un loop da cui forse non si riprenderà più - è tutto fuorché una burla. I ragazzi sono molto più intelligenti di quanto crediamo.

Riguardo al percorso di consapevolezza di Nino, la cui precocità lei ritiene improbabile, le segnalo soltanto la testimonianza (raccolta dalla stessa Agedo che lei ha menzionato) di un ragazzo trentenne e transgender il cui percorso di consapevolezza risale proprio all’infanzia. Davvero le sembra, la mia, una ‘narrazione falsata’?

Vorrei anche rassicurarla su ciò che lei definisce ‘operazione di marketing’, rivelandole che quattro editori, prima di Uovonero, avevano declinato l'idea di questa storia, non per i motivi di cui parla lei, ma perché nella loro visione questo era un libro difficile, destinato a non avere mercato, con una tematica dividente, con una vicenda scomoda, con logiche troppo lontane da quelle commerciali. Uovonero ovviamente lo sapeva benissimo, eppure ha rischiato, perché ha creduto - e crede tutt'ora - nelle battaglie comuni. Perciò mi perdoni se sto sorridendo, ma operazione di marketing decisamente no.

Infine, forse la cosa più importante di tutte. Lei ha intitolato il suo articolo ‘Una precisa responsabilità’. Immagino sia molto diverso il senso che io e lei attribuiamo a queste parole, ma vorrei farle mie ugualmente, se posso. Perché sono giuste, efficaci, lapidarie nell'incidere su pietra il richiamo a quella responsabilità a cui ognuno di noi è obbligato a rispondere all’interno della comunità in cui vive e a cui è obbligata ogni singola comunità nei confronti di ogni singola altra: creare un dialogo, uno scambio, un confronto fra realtà differenti che porti a rivendicazioni comuni e non a lotte per l’affermazione di sé. Colpisce molto, in questo senso, l’uso che lei fa, così reiterato, del possessivo ‘nostro’ (nostra realtà, nostri problemi, nostra cultura, nostra comunità) che polarizza, divide e crea schieramenti. Il rischio - altissimo - è che l’obiettivo di una società realmente inclusiva, perché costruita sul rispetto dell’altro e sulla mutua partecipazione, si allontani inesorabilmente. Ma questo, per fortuna, i ragazzi lo sanno. Come ho già detto, sono più intelligenti di quanto crediamo.


gc

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