• Gabriele Clima

Mara Mundi, Firufilandia «La stanza del lupo»



Non ti prude il naso, sotto a quei fiori, Leo? A domandarselo è Nico, il sedicenne preso in scacco dalla rabbia, furiosa e improvvisa come un lupo uscito dal bosco. È lui il protagonista dell’ultimo romanzo di Gabriele Clima, Premio Andersen con Il Sole fra le dita, che sempre per San Paolo torna in libreria con La stanza del lupo.

Nessuna risposta potrà arrivare da Leo, ormai, anche lui spazzato via dalla rabbia, che corre, macina e travolge come un treno. In quella domanda, però sta tutta la complicità degli amici, che a quell’età, più che in altre stagioni della vita, sanno tenersi uniti, inventando riti, codici segreti, parole passepartout.

Si conferma ancora una volta un grande conoscitore delle contraddizioni che ci agitano, Clima: adolescenti e adulti, senza distinzione.


È un libro per tutti, questo. Una storia che ti costringe a dare un nome alle emozioni, a riconoscerle, a farci persino pace, a nominarle per governarle, senza passarci sopra una mano di bianco.

Lo fa Nico, un passo alla volta: è un percorso lento quello che lo porta ad accettare il suo lato oscuro e a dominarlo, anzi proprio ad ingabbiarlo, persino ad incanalarlo in altro.

E Nico lo sa bene come si fa, come si prende il groviglio di cose che hai dentro e lo si sbroglia in un disegno, tanto che il foglio mica basta. Ci vuole un muro, una parete intera, se non è sufficiente può andare bene anche tutta la stanza. È una rabbia che smargina e sconfina quella di Nico, una rabbia che non passa, come invece filano via le nuvole che guardano insieme, lui e la Claudia – la sua fidanzata, la sua parte migliore, l’antirabbia. È il passanuvole, un gioco si direbbe: stare a pancia in su, sotto il cielo, fissare una nuvola, lasciare lo sguardo immobile, mentre la nuvola passa, scivola via, così come dovrebbero fare i pensieri storti.


C’è una raffinatissima scelta stilistica in questo libro che colpisce sin dalla seconda pagina. La storia è raccontata in terza persona, e ti verrebbe naturale chiamare il padre padre. Ed invece l’autore spiazza, spariglia il senso comune e chiama il padre papà, mantenendo l’intimità e l’identificazione col personaggio che solo il racconto in prima persona dà al lettore. Così, nonostante la voce narrante esterna, l’alleanza genitore-figlio la cogli subito, anche solo a livello inconscio, anche se all’inizio quella tra loro due sembra più una guerra che un’intesa.


Papà stava per sbroccare, Nico lo vedeva, da come teneva le mani, rigide, lungo i fianchi...

È un libro che fa dialogare gli opposti, così come mescola i colori, perché in una società veloce e complessa, che ti espone a ogni sollecitazione e al suo contrario, che senso avrebbe ragionare ancora di bianco e di nero? E chi lo ha detto, poi, che il nero non possa anche essere un rifugio? E che anche la rabbia, certo, possa essere un sentimento legittimo, persino utile?


Chiuse gli occhi. Cercò di farsi spazio, almeno, di farsi un po’ di spazio dentro al nero, di scavarsi un buco, una tana, come un nido. Forse anche dentro al nero si può trovare un po’ di pace, se si fa finta, per esempio, che sia un posto segreto, il suo posto segreto di quando eri bambino [...] anche il nero, forse, poteva essere un bunker, un posto segreto, dove sparire per un po’. [...] La sua tana, La sua stanza.

Proprio quella che, a volte, può essere abitata anche dal lupo. Il tuo.



LA STANZA DEL LUPO Edizioni San Paolo Anno di pubblicazione: 2018 192 pp. Prezzo di copertina: 14,50 euro

Età di lettura: dai 12 anni



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