• Gabriele Clima

Nella selva oscura

settembre 202

Molti ragazzi miei lettori - ma anche adulti, in verità, insegnanti in primis – mi chiedono perché io affronti, quasi in ogni mio libro, temi così difficilmente masticabili come il disagio, il dolore, la difficoltà, nelle loro varie e quotidiane declinazioni, cioè la rabbia, l’emarginazione, la discriminazione.

Dico ogni volta che non è una scelta, che personalmente sono più interessato alle storie che alle tematiche, ed è così, quando una storia mi colpisce io la racconto indipendentemente dalla tematica che affronta. Eppure, mentre continuo a fornire questa risposta che mi pare la più diretta e comprensibile, mi accorgo che alla base, in effetti, una scelta c’è. Ed è quella che, nel momento in cui decido di raccontare una storia e non un’altra, semplicemente esclude l’alternativa; esclude, per esempio, una storia più leggera, più piana, più consueta.

Quella di scrivere intorno al dolore e al disagio è in verità una scelta condivisa da moltissimi scrittori, antichi e moderni. E questo mi porta a credere che la ragione sia l’interesse non tanto verso singole e specifiche tematiche, quanto verso quel principio forse universale che è alla base di qualunque narrazione, quello che Valéry chiamava ‘interruzione’. Ogni narrazione, e in generale ogni creazione artistica, nasce da un’interruzione, da una rottura, da un inciampo, da qualcosa di imprevisto che attraversa il nostro cammino. Si potrebbe dire che l’arte tutta sia questo, ciò che taglia la strada, che costringe a fermarsi, a riflettere, a deviare, e dalla parte di chi l’arte la crea, e da quella di chi la fruisce. E forse se non lo fa non è arte. Ecco, è in quell’inciampo, e nel conseguente tentativo - tipicamente umano - di reagire a quello, che sta l’innesco della narrazione e il cuore, più in generale appunto, della creazione artistica.

È probabile quindi, anzi, certo, che come scrittore io voglia consegnare a chi mi legge proprio quel momento, quell’inciampo prezioso che ha attraversato la mia strada e ha generato l’innesco della mia narrazione. Prezioso perché, davanti a quello, io come il lettore siamo costretti a fermarci, a riflettere, a deviare dalla via maestra, scoprendo meraviglie (e quante ce ne sono) che mai scopriremmo imboccando le strade principali. Il disagio, il dolore, la difficoltà, sono forse i migliori degli inciampi, perché sono netti, chiari, inequivocabili, chiamano inesorabilmente alla caduta e al colpo di reni per rialzarsi.

Mi rendo conto che non sono vie facili quelle a cui chiamo i miei lettori, ma sono le mie vie. Chi mi legge lo sa, io percorro quelle, e tendenzialmente lo condurrò dove non si aspetta, su un sentiero che non è quello che porta alla radura, ma l’altro, quello più tortuoso e accidentato che si inoltra nella selva oscura alla ricerca dei frutti più nascosti. Via non facile, appunto. Solo per inciampatori.

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