• Gabriele Clima

Le impercettibili variazioni - Teste fiorite

Vi siete mai guardati dietro la schiena? No, non alle spalle, come accade nei film polizieschi, dico proprio dietro la schiena, diciamo lì tra le scapole, anzi proprio dove sono le scapole. Lo so, non è facile per nessuno, guardare dietro la schiena, mica siamo gufi che ruotano il collo di 360 gradi! Quindi ci serve un aiuto per vedere quali ali abbiamo lì dietro. Sì perché delle ali lì dietro ce le abbiamo tutti. Se non riuscite a farvele vedere dubitate degli occhi di chi guarda, se vi dicono che sono ali sbagliate, di nuovo, dubitate di chi guarda.

“Con le ali sbagliate” di Gabriele Clima, edito da Uovonero, è la storia di Nino che da molti, a partire dai suoi genitori, è stato convinto di avere le ali sbagliate.

Nino ha abbandonato la retta via, ha perso la strada segnata dal Cristo ma è un ragazzo obbediente e diligente e per non dispiacere i genitori e ponendosi sinceramente delle domande sulle proprie ali che proprio non vede – né giuste né sbagliate – va in una casa di accoglienza religiosa per chi, omosessuale come lui, ha perso la via e deve essere “raddrizzato”.


Mi viene sempre in mente Recalcati quando dice che il maestro non deve raddrizzare l’alunno come il contadino la vite ma deve seguirne e accompagnarne la stortura dell’allievo perché la stortura è ciò che ci rende ciò che siamo, uno diverso dall’altro. Con la metafora di Clima potremmo dire che la stortura, in qualche modo sono quelle ali che così tanto Nino fatica a sentire sulla sua pelle e chissà quanti ragazzi come lui.

La trama del romanzo è articolata e l’intreccio complesso fatto di qualche flashback e di molte più o meno tragiche disavventure, e sapete che se vi aspettate da me la trama del romanzo siete capitati nel blog sbagliato.


I libri, come le persone, valgono per come sono fatti ed è per questo che Con le ali sbagliate di Clima è un gran bel romanzo per ragazzi. Con una cura e delicatezza di tocco davvero interessanti, l’autore non risparmia nulla al suo lettore perché non lo risparmia al suo personaggio, anzi all’intero sistema dei personaggi.


Sì, forse il tratto più convincente di tutta la narrazione è proprio la costruzione dei personaggi, la loro evoluzione che non va da un positivo a un negativo o viceversa, ma procede per minime e quasi impercettibili variazioni che ad una qualche evoluzione talvolta la portano, talvolta no. Nino cresce eccome, le sue ali alla fine le trova, dopo tanta sofferenza provata e vissuta nei racconti personali ed altrui (bellissimo il personaggio di Grace prostituta transessuale che è capace di fargli da mamma più ancora della vera mamma).


Ci sono buoni e cattivi in questa storia? Non proprio, qualche cattivo direi di sì, ma decisamente marginale, la parte migliore la fanno i personaggi che sfuggono: i genitori di Nino che mai lo abbandonano, mai lo rifiutano, mai lo obbligano a far niente eppure sono lì minuto per minuto a ricordargli di essere la pecorella smarrita.

La figura del padre è, come devo dire spesso accade per le figure paterne nell’opera di Clima, una figura costruita in maniera particolarmente interessante. Forte e debole allo stesso tempo, a cui non ci sentiamo in tutta onestà di attribuire colpe specifiche e a cui tuttavia, in tutta onesta, dobbiamo riservare se non qualche colpa almeno più di qualche responsabilità.


E le figure di Sabina, che cerca di convertire gli altri alla retta via così come è riuscita a far lei così bene con se stessa da scegliere di buttarsi dalla finestra del centro religioso. A lei di fatto dobbiamo il risveglio della coscienza identitaria di Nino, a Sabina, figura marginale ed ingombrante, figura che, come in alcuni libri, ti fa vedere cosa potrebbe essere la tua vita se imbocchi una cerca strada.

Ecco, Nino quella strada non la vuole, sceglie di ascoltare Freddy Mercury (e come dargli torto scusate) invece che il padre, e don Claudio che troppo assomiglia a Freddy Krueger di Nightmare.


Alla fine gli unici che le proprie ali le hanno faticosamente trovate, districate e lasciate libere di liberarsi, sono le due figure ai margini della società, quelle che nessuno vuole vedere e che mi hanno riportato alla mente quel monologo stupendo di Agrado in “Tutto su mia madre” di Almodovar.


Per chi è questo libro che parla di omosessualità, di famiglia, di stereotipo, di identità, di autenticità, di dolore – perché per tirare fuori le proprie ali ce ne vuole di dolore -?

Lo so che questa è la domanda che vi ronza intorno sin dall’inizio della recensione, se avete avuto la pazienza di arrivare sin qui.


Direi che è per un lettore forte, forte in ogni senso: sia nel senso che legge molto ed ha affrontato molte storie e quindi può decisamente fare a meno di fare i conti con la propria età ed approcciare il libro (non temete, un lettore forse sa dopo una pagina se un libro lo può e lo vuole leggere in quel momento, altrimenti ci tornerà in seguito; i libro non scioccano un lettore forte, i ragazzi e le ragazze non sono così ingenui come pensiamo). Sia nel senso che si sente pronto ad affrontare una lettura dal senso forte, che può raccontargli qualcosa della propria identità anche se si trova esattamente agli antipodi di quella raccontataci in prima persona da Nino.


La focalizzazione interna aiuta moltissimo l’identificazione e in un libro come questo direi che ci sta tutto perché la vita del personaggio, vicina o lontana che sia dalla nostra, ci fa proprio bene provarla, sentirla, e poi vedrete che chiuso il libro cercheremo un buona amico, o amica, o qualunque sia il sesso che abbia deciso di riconoscere come proprio, che ci aiuti a tirare fuori queste maledettissime ali che ci sono e che non sono MAI sbagliate.


p.s. se potete mettetevi di sottofondo i Queen per leggere il libro, vedrete che l’esperienza sinestetica ripagherà!


p.p.s. il romanzo si ispira ad una storia vera, non so se e quanto questo possa influire sulla vostra lettura ma il dato mi pare degno di nota.


Roberta Favia, Teste fiorite - 16 novembre 2020


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