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LA PORTA ALCHEMICA

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– Notate il cerchio sul frontone, con la croce

e i due triangoli rovesciati, e i disegni sui pilastri che rimandano alla simbologia alchemica. La porta fu fatta costruire da Massimiliano Savelli Palombara, marchese di Pietraforte...

– È lui – bisbigliò Alibel. – Il Pietrastorta.
– Pietraforte – precisò Ben.

(Alibel, La Malastriga, pag. 214)

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La Porta alchemica, o Porta Magica, è l'unico reperto alchemico della città e banco di prova per tutti i cultori di simbologia ed ermetismo. Fatta costruire da Massimiliano Savelli Palombara, marchese di Pietraforte non più tardi del 1680, è la sola rimasta delle porte dell'antica villa Palombara oggi scomparsa. Spostata nell'attuale piazza Vittorio quando la villa fu demolita, la porta è costituita da quattro blocchi di calcare appenninico incassati in un muro di terra e tufo ed è sovrastata da un cerchio con la stella a sei punte di David. Le numerose iscrizioni latine dal significato sibillino e i simboli incisi nella pietra le imprimono un forte carattere di mistero. Ai lati due figure marmoree gemelle, con le sembianze grottesche del dio egizio Bes, sembrano farle la guardia e accentuano con il loro aspetto impenetrabile l’atmosfera inquietante che promana da essa. Bes, presente nel pantheon egizio fin dalle prime dinastie, è stato molto popolare nel Nuovo Regno, invocato contro le malattie, per proteggere il sonno e per aiutare le partorienti. Il suo aspetto è quello di un nano deforme, caratterizzato da una testa barbuta e con la lingua spesso in fuori in quanto trasmettitore del Verbo. La sua presenza a Roma è da mettere in relazione con la diffusione dei più importanti culti egizi di Iside e Serapide, importati dopo la conquista dell’Egitto da parte di Ottaviano.

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I due Bes sono di epoca molto più antica della porta, frutto di scavi effettuati nel 1888 sul Quirinale, ma sembrano coerenti in quel contesto, perché la loro appartenenza a un culto egiziano li avvicina all’antichissima scienza che va sotto il nome di alchimia, che, secondo i greci, era nata proprio in Egitto grazie al mitico fondatore Ermete Trismegisto (corrispondente al dio egizio Thot).

La prima cosa che colpisce della porta, la cui costruzione è attribuita al marchese Massimiliano Savelli Palombara (vedi alla sezione personaggi storici), è il medaglione circolare posto sull’architrave, che contiene al suo interno l’esagramma della stella a sei punte, ottenuto mediante l’intersezione di due triangoli, l’uno inverso all’altro, simbolo della perfetta complementarità dei principi opposti. 

Questo legame tra gli opposti trova riscontro in una delle epigrafi, dove figurano tre delle antitesi più frequenti nell’alchimia medievale e che, sia pure con altro spirito, sono presenti nella poesia del Paradiso di Dante: il Dio e l’Uomo, la Madre e la Vergine, il Trino e l’Uno (nel cerchio si legge: Tria sunt mirabilia: Deus et Homo, Mater et Virgo, Trinus et Unus).

Sempre inquadrato in questo gusto dei contrari è il verso palindromo in latino inciso sulla soglia: Si sedes non is (se stai fermo non vai avanti), che letto da destra verso sinistra suona: Si non sedes is (cioè, se non stai fermo vai avanti), un chiaro invito a proseguire instancabilmente nella via della ricerca, solo mezzo per raggiungere ciò cui si aspira. Nella stessa soglia si legge: Est opus occultum veri sophi aperire terram ut germinet salutem pro populo (è opera occulta del vero sapiente aprire la terra affinché germini la salvezza per il popolo).

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Le frasi enigmatiche incise sugli stipiti, pur lasciandoci perplessi sul loro significato, rientrano tutte nel linguaggio alchemico che allude alle trasformazioni della materia e dello spirito, come in questa scritta che è abbinata con il simbolo di Saturno: QUANDO IN TUA DOMO NIGRI CORVI PARTURIENT ALBAS COLUMBAS TUNC VOCABERIS SAPIENS (Quando nella tua casa neri corvi partoriranno candide colombe, allora soltanto ti chiamerai sapiente). Si allude qui al passaggio dal primo stadio dell’Opera, detto nigredo, al secondo detto albedo (passaggio al bianco), che sarà possibile solo dopo che la nerezza del corvo, ovvero la putredine della morte, sarà superata. Il nero allude al piombo e il bianco all’argento.

I simboli sugli stipiti sono quelli classici dei pianeti e corpi astrologici: Saturno, Giove, Marte, Venere, la Luna, Mercurio, e il Sole, ai quali, nell'alchimia, sono associati altrettanti metalli: piombo, stagno, ferro, rame, argento, mercurio e oro. 

La scritta in ebraico sull’architrave, che si legge Ruach alhim, significa “Spirito santo”; si tratta dell’invocazione da rivolgere alla Divinità prima di accingersi alla difficile impresa della trasmutazione. Del resto la letteratura ermetica di tutte le epoche fa sempre uso di preghiere e scongiuri atti a salvaguardare e a sorreggere chi sta per intraprendere il viaggio iniziatico. Ma lo Spirito santo degli alchimisti corrisponde a Mercurio, l’anima mundi presente in tutte le cose, che governa e tiene sotto il suo potere ogni trasformazione.

Infine, l'iscrizione QVI SCIT COMBVRERE AQVA ET LAVARE IGNE FACIT DE TERRA CAELVM ET DE CAELO TERRAM PRETIOSAM (Chi sa bruciare con l’acqua e lavare col fuoco, fa della terra cielo e del cielo terra preziosa) fa riferimento alla procedura che si utilizzava per la produzione del ferro ad alte temperature (la cosiddetta ossidoriduzione), in cui, per aumentare la temperatura della fornace, si utilizzava il flusso d'aria generato da una cascata d'acqua e insufflato direttamente nel formo.

 

fonte: www.aboutartonline.com