LA MORTE E PULCINELLA

intervista a Manuel Pernazza e Alessia Luongo del Teatrino del Gianicolo

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Il signor Carlo allungò l’altro braccio e lo ritrasse con indosso una Morte dalla veste nera e con la maschera tutta bianca. – Sempre bbene sta, la Morte, signurì – disse. Mosse la Morte verso Pulcinella. – Viè’ qui, Pullecenella, che ti porto via...

(Alibel, La Malastriga, pag. 40)

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La compagnia Pernazza-Luongo gestisce il teatrino sul Gianicolo a Roma. Manuel Pernazza e Alessia Luongo portano avanti la tradizione del teatrino nato nei primi anni ‘50 ad opera di Carlo Piantadosi, arrivato da Napoli e avviato all’arte dei burattini dal maestro romano Cardoni. Oggi sono Manuel e Alessia a perpetuare l’arte di Carlo Piantadosi, e lo fanno attingendo alla tradizione della commedia dell’arte e a lazzi che si tramandano esclusivamente per via orale, di generazione in  generazione, di maestro in allievo. È una tradizione che deriva dalle atellane, le farse popolaresche della Campania pre-romana basate su un canovaccio intorno a cui gli attori improvvisavano. Personaggi quali Pulcinella, Colanfronio, don Pasquale, Palummella, tipicamente partenopei sono ormai parte integrante della tradizione romana del teatro dei burattini.

Gli spettacoli di Pulcinella, spiega Alessia, sono ispirati ai balli di Sfessania, nati fra il ‘500 e il ‘600, spettacoli che univano maschere, strumenti musicali e burattini, in cui alla figura di Pulcinella si accompagna sempre quella della sua innamorata, Palummella, che rimanda tradizionalmente a quella della morte: sia la donna che la morte, infatti, nella tarantella come della commedia dell’arte, sono spesso rappresentate mentre cantano, tanto che in alcuni testi di tradizione si legge, a proposito dell’innamorata, ‘canta leta la mia morte’.

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È molto importante, afferma Manuel, il rapporto delle maschere con la morte, e tutte le maschere, in fondo, rappresentano la Morte. Pulcinella è la maschera che più delle altre ne è rappresentazione, a cominciare dal camiciotto bianco, che rimanda non solo al biancore cadaverico, ma anche al sudario, che dall’altra parte è però simbolo di nascita, e richiama il lenzuolo usato anticamente in casa per accogliere il bambino che nasce. Per questo motivo, Pulcinella non può che scontrarsi con la figura della ‘Capa rosicata’, cioè la Morte stessa, che da Pulcinella è a un tempo attratta e spaventata, perché Pulcinella non è soltanto un uomo, ma la somma di tutti gli uomini, e dunque un dio, uno spirito. Da Pulcinella, la morte vuole una cosa sola: sposarlo e portarlo via con sé. Per questo si reincarna nel personaggio di Palummella (la tradizione di Colombina), che corteggia Pulcinella attraendolo con lusinghe e arti femminili finché questi si accorge dell’inganno, e ‘scaccia’ la Morte gettandola fuori dal teatrino. Pulcinella è dunque colui che fa giustizia, che uccide se necessario, che a chiunque commetta cattiverie dà solenni punizioni a suon di bastonate, e dopo averlo fatto, si carica in spalla il malcapitato e se lo porta via, traghettandolo simbolicamente dal mondo dei vivi al mondo dei morti. Così, in Pulcinella, troviamo sia colui che toglie la vita sia colui che dà sepoltura, un personaggi che per questo l’inevitabilità, cioè il momento in cui con la Morte ci si dovrà scontrare, esorcizzata attraverso scherni e lazzi.

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Questo tipo di rappresentazione, aggiunge ancora Alessia, si esegue a canovaccio, una tecnica nata nel teatro rinascimentale e tramandata fino a noi da grandissimi maestri come Roberto De Simone. Introdotta dalla Commedia dell’arte, si basa interamente sull'improvvisazione, e si basa su una traccia molto scarna della storia, detta appunto canovaccio, sulla quale gli attori improvvisavano storie anche molto complesse e fantasiose. Nata nel teatro tradizionale, la tecnica del canovaccio è passata presto al teatro di figura, nel quale agli attori si sostituivano pupi, marionette o burattini, come le Guarattelle napoletane.

Oggi il canovaccio è ormai scomparso, conclude Manuel guardando Alessia accanto a sé, e noi lo riportiamo in vita.

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