GIORDANO BRUNO, DE L'INFINITO UNIVERSO

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Alibel sbuffò e indicò la statua sull’altro lato di Campo dei fiori, scura e solenne contro il sipario delle case. 

– Quello è Giordano Bruno. È morto in quel punto, dove c’è la statua, bruciato vivo nel 1600.

(Alibel, La Malastriga, pag. 81)

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Nato a Nola nel 1548, fu una figura complessa e controversa. Entrato a quindici anni nell'ordine domenicano, viaggiò moltissimo, prima in Italia, poi in Svizzera, in Francia, dove insegnò, e poi di nuovo in Italia, a Venezia, ospite del nobile Mocenigo che desiderava apprendere da lui le arti magiche e mnemoniche, in cui Bruno era esperto. Non soddisfatto dei suoi insegnamenti, Mocenigo lo denunciò per eresia, e Bruno finì in carcere per otto anni. Più volte invitato a ritrattare le sue teorie, Bruno rifiutò, finché fu condannato a morte come eretico e arso vivo a Roma, il 17 febbraio del 1600, nella piazza di Campo dei fiori, dove oggi sorge la statua a lui dedicata.

Alla base della filosofia di Bruno è il concetto vita-materia. Bruno sostiene che nella materia sono contenuti gli inizi di tutte le forme: tutto si può fare e tutto può essere disfatto, perché non esiste un Dio sopra ogni cosa, ma Dio in ogni cosa, Dio che è materia. Ne consegue che la materia è cosa divina e quindi principio infinito di vita. A Bruno sono estranei i concetti di "creazione" e di "morte", dato che ciò che muore è il composto (cioè la forma) e mai la sostanza (cioè la materia), che invece si produce di continuo. Per questo egli sostituisce al termine "morte" quello di "mutazione", usandolo discorrendo sia dell'universo, sia delle cose umane. 

Per Bruno Dio è mente al di sopra di tutto e mente presente in tutte le cose. Dunque, per quanto riguarda il primo punto di vista, la massima entità si trova ben al di là del cosmo, e per questo motivo supera di gran lunga le possibilità della ragione umana. Dio è trascendente, oggetto di fede svelato parzialmente dalla Rivelazione. Per quanto riguarda invece il secondo punto di vista, Dio è immanente, insito nel cosmo e raggiungibile dalla mente dell’uomo, e rappresenta l’argomento favorito dell’indagine filosofica.

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Per questo Bruno giudica la religione come un groviglio di superstizioni distanti dalla ragione e dalla natura, che avvinghiano i popoli rozzi e ignoranti. Non solo, la religione ha la colpa di etichettare come ignobile e delittuoso tutto quello che all’intelletto sapiente sembra straordinario, compresi i principi naturali, la filosofia e la magia, definendole follie. Colpevolizza gli atti eroici ed esalta l’ignoranza come scienza.

Il filosofo nolano si scaglia anche contro la figura di Cristo. Nonostante si sia formato sui testi di Erasmo da Rotterdam, apprezzandone soprattutto il cristocentrismo, Bruno è un anticristiano convinto. Il cosiddetto salvatore è il nemico contro cui combattere, lo spettro da cui bisogna liberarsi per progredire nella conoscenza. Cristo non ha saputo morire, sulla croce ha implorato l’aiuto di Dio. Al contrario, in punto di morte Bruno non pregherà il Signore, anzi, continuerà a imprecare contro il cielo per quella morte assurda tanto da spingere gli esecutori a inchiodargli la lingua.

A questa religiosità ignorante e superstiziosa, definita con spirito «santa asinità», Bruno contrappone la religiosità propria dei teologi, dei dotti, dei sapienti che, filosofando e indagando, hanno cercato la via autentica per approdare direttamente a Dio. Questa seconda religiosità è per il pensatore campano la filosofia, il cui campo di indagine prediletto è la natura. Per questo motivo Bruno, più che a Platone e Aristotele, rivolge le sue attenzioni ai cosiddetti presocratici, portatori di una verità originaria che deve essere riveduta e rinnovata.

Essenziale nel pensiero filosofico di Bruno è il concetto di infinito. L’universo è infinito, e in sé contiene un numero illimitato di mondi possibili, e un numero altrettanto illimitato di creature. E per Bruno non è possibile una relazione tra ciò che è infinito e ciò che è finito. Proprio per questa sua convinzione Cristo è una menzogna. Essendo il figlio di Dio, Cristo dovrebbe essere al tempo stesso Dio e uomo, brevemente finito e infinito. Ecco, per Bruno ciò è inammissibile.

Bruno ambisce a una visione, la visione della natura nella sua unicità. È il fine ultimo della sua ricerca filosofica, del suo percorso conoscitivo. Per giungere a un tale, superiore, magnifico “livello” nel quale intravedere effettivamente almeno qualcosa di Dio, occorre essere furiosi ed eroici, bramare, agognare ardentemente l’infinito e Dio stesso, scavalcando confini, limiti e orizzonti imposti. Superare la barriera rappresentata dal corpo, spingersi oltre se stessi, tendere, tendere con tutte le forze a disposizione, fin quando si giunga all’ideale immedesimazione con il cosmo, comprendendo così pienamente l’idea secondo cui l’universo si distende nelle cose e le cose si estinguono nell’universo. È questo «l’eroico furore» di cui parla Bruno con tanto impeto.

Prendendo le distanze da morali ascetiche che prevedono l’isolamento e la contemplazione totali, il pensatore campano elogia lo sforzo e il lavoro dell’uomo. Il lavoro come attività che sottomette la materia all’intelligenza, manifestazione, come abbiamo visto poco fa parlando della mano, della differenza tra uomo e bestia.

Per quanto riguarda l’anima, Bruno mantiene il tema della sua immortalità, cancellandone però l’individualità. Non esiste un’anima individuale che viene giudicata in base alla condotta. Ogni anima è inserita all’interno del ciclo infinito della metempsicosi, dunque l’anima dell’uomo può mutare nell’anima della bestia e viceversa. Nell’infinito ciclo della metempsicosi, nel processo che prevede il passaggio da individuo a bestia, l’uomo ha una responsabilità, la responsabilità meritoria. In poche parole, se viviamo con merito la nostra anima riassumerà la forma umana, se, al contrario, viviamo in modo bestiale la nostra anima assumerà la forma animale. La metempsicosi è un punto essenziale della filosofia di Bruno, ed è quello che più di ogni altro susciterà le ire del cardinal Bellarmino, che rivestirà un ruolo primario nel lungo e duro processo romano di Bruno, conclusosi con la sua condanna a morte.

Giordano Bruno visse e pensò come un uomo libero, perché ciò che denota l’uomo nella realtà è essenzialmente la libertà della ricerca, dell’indagine, la libertà di filosofare. Egli non si piegò neanche dinanzi a un potere che giunse ad annientarlo fisicamente. Non abiurò, non cancellò la sua filosofia in cambio della vita. Bruno è un’icona del pensiero libero, un martire il cui insegnamento di libertà fende i cieli e si riverbera nei secoli con forza, senza perdere efficacia e lucentezza.

fonti: www.ereticopedia.org e www.imalpensanti.it