LE ESECUZIONI PUBBLICHE

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Camminava piano verso il palco, la pioggia le bagnava il volto, ma ora lo vedeva chiaramente, vedeva cos’era quel palco in legno con la scala che portava in cima: un patibolo, un patibolo al cui centro si innalzava una ghigliottina.

(Alibel, La Malastriga, pag. 172)

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Fino al 1870, ai tempi in cui la città era governata dal Papa Re come una monarchia assoluta, le pubbliche esecuzioni erano uno degli spettacoli preferiti dal popolino, che non solo trovava questa pratica ripugnante di proprio gradimento, ma addirittura portava i figli maschi ad assistere allo spettacolo per mostrare loro ogni dettaglio della cerimonia: proprio nel momento in cui veniva giù la lama (…e la testa) o quando, in caso di impiccagione, il condannato rimaneva appeso, era consuetudine dare loro uno sganassone (cioè uno schiaffo), come strumento educativo e tangibile ricordo di ciò che sarebbe potuto loro accadere il giorno che si fossero messi nei guai con la giustizia. Dinanzi a tali spettacoli si radunava non soltanto il popolo ma anche poeti e scrittori: Giuseppe Gioachino Belli immortalò un’esecuzione in un famoso sonetto chiamato “Er dilettante de Ponte”, mentre due celebri autori inglesi lasciarono una descrizione molto dettagliata.

Il 19 maggio 1817 George Gordon Byron si trovava a piazza del Popolo mentre tre condannati venivano decapitati ("…per omicidj e grassazioni", scrisse Mastro Titta nel suo taccuino) ed il poeta narrò questa esperienza in una lettera indirizzata al suo editore John Murray:

 

«La cerimonia, compresi i preti con la maschera, i carnefici mezzi nudi, i criminali bendati, il Cristo nero e il suo stendardo, il patibolo, le truppe, la lenta processione, il rapido rumore secco e il pesante cadere dell’ascia, lo schizzo del sangue e l’apparenza spettrale delle teste esposte, è nel suo insieme più impressionante del volgare rozzo e sudicio new-drop (l’impiccagione) e dell’agonia da cane inflitta alle vittime delle sentenze inglesi».

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Un ricordo ancor più dettagliato lo lasciò Charles Dickens durante il viaggio che compì in Italia fra il luglio 1844 ed il giugno dell’anno successivo. Nella giornata di sabato 8 marzo 1845, mentre era di passaggio a Roma, assistette ad una esecuzione in via dei Cerchi effettuata da Mastro Titta, che commentò nel suo libro Pictures of Italy (“Lettere dall’Italia”, 1846). Dickens così racconta:

 

«Un sabato mattina (l’otto marzo), qui un uomo venne decapitato. Nove o dieci mesi prima, aveva rapinato per strada una contessa bavarese diretta in pellegrinaggio a Roma , da sola e a piedi, ovviamente, mentre compiva quell’atto pietoso, si dice, per la quarta volta. La vide cambiare una moneta d’oro a Viterbo, dove egli viveva; la seguì; le offrì la propria compagnia lungo il viaggio per quaranta miglia o più, con l’infido pretesto di proteggerla; la assalì, portando a compimento il suo inesorabile piano nella campagna, a brevissima distanza da Roma, presso ciò che viene denominata (senza esserlo) la Tomba di Nerone; la derubò; e la percosse a morte con lo stesso suo bastone da pellegrino. Era sposato da poco, e regalò alcuni dei beni della vittima alla moglie, dicendole che li aveva comprati ad una fiera. Ella, tuttavia, che aveva visto la contessa-pellegrina attraversare la loro città, riconobbe alcune chincaglierie che le appartenevano. Suo marito allora le raccontò ciò che aveva commesso. Ella, in confessione, lo riferì ad un sacerdote; e l’uomo fu catturato, entro quattro giorni dopo aver commesso il crimine…. Dopo un breve lasso di tempo, alcuni monaci dalla detta chiesa furono visti avvicinarsi al patibolo; e sopra le loro teste, avanzando lentamente e tristemente, l’effige di Cristo in croce, bardato di nero. Questa fu trasportata attorno alla base del patibolo, fin sul davanti, e girata verso il criminale affinché potesse vederla fino all’ultimo. Era a malapena giunta a destinazione, quando costui apparve sulla sommità del patibolo, scalzo; le mani legate; e col collo della camicia tagliati fin quasi alle spalle. Un giovane uomo, circa ventisei anni, di robusta costituzione, e ben proporzionato. Pallido il viso; baffetti scuri e capelli bruni. Apparentemente, aveva rifiutato di confessarsi senza prima fargli incontrare la moglie; così era stata inviata una scorta a prenderla, ciò che aveva cagionato il ritardo. Si inginocchiò subito, sotto la lama. Il collo, posizionato in un foro, realizzato all’uopo in un ceppo orizzontale, fu serrato da un simile ceppo situato superiormente; proprio come in una gogna. Subito sotto di lui era una borsa di cuoio. E in questa la sua testa rotolò all’istante. Il boia la teneva per i capelli, camminando tutt’intorno al patibolo, mostrandola alla gente, prima ancora di potersi render conto che, con un secco rumore, la lama era pesantemente scesa. Quando ebbe fatto il giro dei quattro lati del patibolo, fu fissata in cima a un palo sul davanti, una piccola chiazza bianca e nera, che la lunga via poteva scrutare, e su cui le mosche potevano posarsi. Gli occhi erano rivolti in alto, come se avesse distolto lo sguardo della borsa di cuoio, e avesse guardato verso il crocifisso. Ogni colore e sfumatura vitale l’aveva, in quel momento, abbandonato. Era grigia, fredda, livida, cerea. Così era anche il corpo…. Il corpo fu trasportato via a tempo debito, fu ripulita la lama, smontato il patibolo, e smantellato l’intero odioso apparato. Il boia: un fuorilegge EX OFFICIO (quale ironia sulla Giustizia!) che per la vita non osa traversare il Ponte di S.Angelo se non per svolgere il proprio lavoro: si ritirò nella sua tana, e lo spettacolo poté dirsi concluso.…».

Come osserva Dickens nella sua cronaca, in caso di decapitazione la testa veniva mostrata immediatamente alla folla dai quattro lati del patibolo, prima di essere lasciata in bella mostra per qualche tempo, di solito infilzata alla cima di un palo (ciò che in tempi più remoti si usava fare sui due lati di ponte S.Angelo). 

fonte: www.romasegreta.it