
Oplà
C’era una volta un segno che si chiamava Oplà,
nato per un errore, come non si sa,
forse da un errore di un pittore distratto
che aveva rovinato il suo bel ritratto.
Povero segno giallo nato per distrazione,
non serviva a nulla, nulla senza eccezione.
Così girava per boschi e per prati
cogliendo qualche fiore, quelli più profumati,
e quando alla sera si accendeva la luna
sognava, sperando, un bel giorno, fortuna.
E allora dormiva, dormiva tranquillamente,
tanto non hai premura se non servi a niente.
Un giorno, verso sera, nei pressi di Orbetello,
Oplà prese un sentiero su per un praticello.
Che caldo, faceva, e lasciata la strada
si sedette sull’erba bagnata di rugiada.
«Ahi!» disse una voce, anzi, una vocina;
era una lettera, anzi, una letterina;
era nascosta fra le campanelle
e aveva gli occhi chiari come le stelle.
«Piacere di conoscerti, mi chiamo Bettina»
disse educatamente quella letterina.
«Non dirlo a nessuno, ma sono scappata via.
Tanto non l’avevo una casa mia.
«Avevo solo un foglio, tutto stropicciato,
ma era soltanto un dettato sbagliato.
Perciò non servo a niente, niente con il maiuscolo,
non servirei neanche per un semplice opuscolo».
«Ma come» disse Oplà, «saprà fare qualcosa
una letterina tanto graziosa.
Sai ballare il valzer, la rumba, il cha-cha-cha?
Vedrai che qualche cosa, insieme, si troverà.
Oh, ti capisco bene, anch’io sono un errore,
se solo ci ripenso, povero mio pittore!
Ma se restiamo insieme qualche cosa vien fuori,
vedrai che ne faremo di tutti i colori!»
(...)

C’era una stella
C’era una stella, che non c’è più
ora c’è la notte che è molto di più.
C’era un bocciolo, che non c’è più
ora c’è un fiore che è molto di più.
C’era un ruscello, che non c’è più
ora c’è il mare che è molto di più.
C’era un uovo, che non c’è più
ora c’è un pulcino che è molto di più.
C’era un semino, che non c’è più:
ora c’è un bambino ed è molto di più.

La ciminiera
La ciminiera, in questa parte di cielo,
sbuffa canditi e zucchero a velo.
Ormai si è stancata di sputacchiare
soltanto fumo per intossicare.
Così ogni giorno, al posto del carbone,
per metterla in moto si usa il torrone.
Il macchinista e il capocantiere
hanno il diploma di pasticcere;
tutto il reparto di metallorgia
è laureato in gastronomia;
perfino l’omino che sta all’entrata
è esperto di zucchero e di marmellata,
quello alla mensa di zabaione,
quello all’uscita di mascarpone.
Chi poi lavora alla pressa d’acciaio
usa lo stampo da gelataio,
la panna montata in sala relé
e in sala controllo la Saint-Honoré.
Insomma, nessuno fra quelle persone
usa petrolio, nafta o carbone.
Perfino le macchine non vanno a benzina:
dentro ai motori ci va la farina!

La grande cometa
Scrissero un giorno i giornali del mondo:
«È qui, sta arrivando, la grande cometa,
vien sulla terra dallo spazio profondo!»
In men che si dica, e con gran precisione,
parlaron tivù e radiogiornali
sul come e il perché dell’astrale questione.
«La base per sei, più due e trequattordici»
misuravan scienziati, sapienti e dottori
«E se poi è un di più useremo le forbici».
Il fabbro, il lattaio, l’oste e il curato,
perfino il custode del cinquantatré
spiegavan la cosa a chi non era informato.
«Sarà dentro all’orbita prima dell’una»
diceva il barbiere col dito per aria,
«e avrà due code, ma testa nessuna».
«Ma no, cosa dice?» ribatteva il barista,
«Lo so di per certo, di coda ne ha una,
ma ha la testa bislunga di mio zio Battista!»
A Roma, a Milano, a Pescara o a Pavia,
in tutta l’Italia non parlavan d’altro
che della stella con la lunga scia.
E mentre la gente parlava e parlava
la stella passò sopra un gruppo di bimbi
che guardò in alto mentre giocava.
«Io so dove vai» pensò Gigi ridendo,
«a dare la luce, a dare speranza
a chi qualche sogno sta rincorrendo».
La stella si disse: «Strana gente laggiù:
fra tutti quelli che parlan di me
è chi non parla a saperne di più».
La cometa è tornata al suo spazio profondo.
Fra stelle, galassie e pianeti lontani
riporta un sorriso dal nostro mondo.
(…)
©2003 Campanotto Editore
tratto da:
«Oplà e altre storie»
testi e illustrazioni di Gabriele Clima
Campanotto Editore 2003