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GABRIELE CLIMA

Uno


Era sempre stata zona di lupi, quella. Il bosco arrivava quasi fin dentro alla città, ed era facile che uno di loro uscisse dagli alberi e scendesse in cerca di cibo fino alle prime case. Una sera, Nico si era appena trasferito con i suoi, se n’erano trovati uno nel giardino, dietro casa, dove c’erano i bidoni della differenziata. Una bestia nera come il carbone. Lo avevano guardato da dietro la finestra, mentre affondava i denti nei bidoni di plastica e li faceva a pezzi, come fosse cartone, come fossero le scatoline dei panini di Mac Donald. Quando se n’era andato, c’era plastica dovunque, e carte e bucce e resti della pizza e roba che colava sul vialetto e sul giardino; e a Nico veniva da ridere, perché suo padre andava fuori di testa se solo cadeva un nocciolo di oliva quando portavi fuori l’immondizia.

Ma questo era anni fa, quando Nico ancora l’immondizia la portava fuori. Adesso a Nico, dell’immondizia, non gliene fregava niente.

E nemmeno di suo padre.



Due


«Hai capito, Nico, quello che ti ho detto?»

Papà stava per sbroccare, Nico lo vedeva da come gli pulsava la vena sulla fronte.

«Hai capito o no?»

Nico non lo guardava nemmeno, guardava fuori, dalla finestra, il giardino, la strada, non gli importava cosa, in quel momento avrebbe guardato anche una merda di cane spiaccicata sul marciapiede piuttosto che guardare papà. Col cavolo, pa’, che ti rispondo, col cavolo che ti do soddisfazione.

Papà aveva alzato un braccio, indicando la parete sopra il letto. «Cancella questa roba» aveva detto. «Subito». Si era girato ed era uscito dalla stanza.

E Nico era scattato, come una molla, e gli aveva richiuso dietro la porta con un calcio che il vetro aveva tremato per tre o quattro secondi.

Non l’hai ancora capita, papà, che non me ne frega niente di quello che mi dici? Questa è la mia stanza, e io ci faccio quello che voglio.

Si tolse la felpa, la gettò a terra. Prese il rapido, quello a punta grossa, e ricominciò a disegnare.

Sul muro, ovviamente. Come prima.



Tre


La prima volta che aveva disegnato sui muri della camera era stata quell’estate che aveva fatto un caldo da non respirare quasi. Aveva disegnato un’onda, un’onda d’acqua che correva su tutte le pareti e finiva in una specie di cascata dritta sopra il letto. E su quel letto ci si era buttato come da un trampolino, e con tutta quell’acqua intorno gli sembrava di stare in mezzo al mare, al fresco, e si sentiva bene.

Era bravo a disegnare, Nico, molto bravo. Quell’onda pareva vera, da quanto era perfetta. Glielo aveva insegnato Dalì, il prof di arte, a disegnare così. Dalì lo chiamavano, come il pittore, anche se non aveva i baffi come il Dalì vero. Gli aveva insegnato a disegnare le cose come fossero reali, anche in bianco e nero, anche solo con un rapido, perché se sei bravo, diceva, non ti serve altro. E Nico era davvero bravo, lo era sempre stato, fin da bambino. Pure papà, quando lui era piccolo, gli diceva che bravo che sei Nico, diventerai un artista.

Ma evidentemente ai bambini si dicono un mare di idiozie perché, quando aveva disegnato quell’onda, così bene che venendola quasi ti toccavi per sentire se eri bagnato, non gli aveva detto che bravo che sei, Nico. Era andato fuori di testa, urlando come un pazzo, con gli occhiali che a momenti gli saltavano via dal naso.

Nico gli aveva spiegato che nei fogli mica ci poteva stare un’onda come quella, che all’arte serve spazio, che è per questo che gli artisti di street-art dipingono sui muri. Ma papà aveva continuato a urlare, e il giorno dopo, quando Nico era tornato da scuola, aveva trovato un imbianchino, in camera sua, che passava una mano di bianco su tutte le pareti. Una mano di bianco. Su quel disegno che era la cosa più bella che Nico avesse mai fatto. Una mano di bianco. Come un calcio nel culo.

Non era neanche entrato nella stanza, Nico, era rimasto sulla porta a guardare le pareti e poi era corso di sotto, da suo padre, e gli si era avventato contro. Papà aveva parato il primo colpo, poi lo aveva afferrato cingendogli le braccia ma Nico aveva continuato a dimenarsi così forte che gli occhiali glieli aveva fatti volare via sul serio.

E aveva passato il weekend in punizione. Chiuso, in camera. Dentro a quel bianco. E all’odore di vernice che aveva dato un calcio nel culo al suo capolavoro.




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La stanza del lupo (2018® Edizioni San Paolo)

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