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GABRIELE CLIMA

Uno


Dario non sapeva cosa ci facesse lì. Non aveva combinato granché stavolta, capirai, una maniglia rotta, con tutte le maniglie rotte che c’erano in quel liceo! Perfino quella dell’ufficio del preside in cui era appena entrato. Ma forse quegli idioti non se n’erano neanche accorti.

«Dario!» esclamò la Delfrati. Dario fece un balzo sulla sedia. «Il signor preside ti sta parlando. Mela marcia» aggiunse a mezza voce.

Mela marcia. La Delfrati sapeva come motivare i suoi studenti.

Ma a mela marcia Dario era abituato. La cosa che proprio non gli era andata giù era stato quello che gli aveva detto prima, in classe, e da cui poi era scoppiato quel casino. «Sei una mela marcia, Dario» gli aveva detto. «Lo sanno tutti, no? Anche tuo padre lo sapeva. È per questo che se n’è andato». Lo aveva detto davanti a tutti, a tutta la classe, così, come fosse niente. E Dario si era alzato, gli occhi stretti, i pugni stretti, e tutti avevano pensato che l’avrebbe colpita da come le braccia gli tremavano. Invece era andato alla porta ed era uscito, sbattendola con tanta forza che la maniglia era schizzata via come un tappo da una bottiglia di champagne.

«Dario» disse il preside. La sua voce era asciutta come sabbia. «Tu sai perché sei qui, vero?» Era una domanda? Non sembrava una domanda. «Sei qui perché è ora che ti assuma le tue responsabilità».

Dario gli guardò la fronte. L’attaccatura del parrucchino sporgeva dai capelli finti come una cucitura. Come la cerniera lampo nei vecchi film di Frankenstein. Sorrise, abbassò gli occhi.

«La cosa ti diverte?»

«No. Pensavo ad altro».

«Certo, come sempre. Non temere, ti lascio andare subito, non ho intenzione di farti la predica, non serve, l’ho capito. No, oggi ti ho preparato una sorpresa». Si alzò, si avvicinò alla finestra, guardò fuori con il mento alzato. «Non senti, nell’aria, che c’è qualcosa di diverso stamattina?» Tornò alla scrivania e levò un foglio da una cartellina. «Ecco qui» disse mettendoglielo sotto al naso. «Da oggi sei iscritto al Servizio di assistenza volontaria di questo istituto».

La Delfrati fece un risolino.

«Servizio di assistenza…» ripeté Dario.

«… volontaria» ribadì il preside. «Significa», si alzò, fece il giro della scrivania, che da questo momento, e fino a data da definirsi, ti occuperai delle persone “meno fortunate” iscritte a questa scuola».

Dario gettò un occhio alla Delfrati. Stava ridendo come se avesse vinto alla lotteria.

«Cioè sarebbe… gli handicappati?»

«No, noi preferiamo dire portatori di handicap. È bene che impari questa parola, ne avrai bisogno d’ora in poi».

Dario non rispose. Il preside girò sui tacchi e tornò a sedersi.

«Sei un ragazzo intelligente. Sono sicuro che ci stupirai. Cominci da domani».

Fece un gesto con la mano e tornò alle sue carte.

Dario si alzò, andò alla porta.

«E, a proposito, ti avverto» aggiunse il preside senza alzare lo sguardo dalla scrivania. «Un altro colpo di testa e sono guai. Stavolta non la passi liscia».

Dario non rispose. Si girò semplicemente e calò la mano aperta sulla maniglia della porta. Il pomello si staccò di netto con un CRAAAAC!

La Delfrati squittì.

«Ops…» disse Dario raccogliendo la maniglia. «Questa dev’essere sua». E la lanciò attraverso la stanza.

La maniglia tracciò una parabola perfetta nell’aria. Il preside si alzò, si proiettò in avanti, la afferrò prima che ricadesse sulla scrivania.

«Fuori di qui!» urlò paonazzo in volto.

Ma Dario era già nel corridoio. E sorrideva, allontanandosi con le mani in tasca.

Le cose comunque non cambiavano.

Servizio di assistenza volontaria.

Con gli handi.

Che fregatura.

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