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GABRIELE CLIMA

1

SALÌM


Allora per un po’ smetto di camminare

e ascolto la primavera

avanzare verso di me

e un fiore sbocciare

nella mia piccola anima.

(Munzher Masri)


...e un fiore sbocciare nella mia piccola anima.

Rimetto il libro nel giacchino e sto in silenzio per un po’, a guardare il deserto, su cui il sole sta per sorgere. E penso che mi è difficile immaginare un fiore sbocciare in questa distesa di terra secca e polvere. Di fiori qui non ce ne sono proprio, non ce n’è neanche uno. Ci sono i sassi, solo quelli. E il nulla tutt’intorno.

Ma in fondo questo è un libro, e i libri si sa che sono fatti di cose immaginarie, cose che esistono solo nella testa di chi le ha inventate. Ti raccontano di un fiore, ma mica è un fiore vero, è solo unfiore che lo scrittore ha immaginato magari proprio perché lì dove lo immagina di fiori non ce ne sono.

Sorrido, perché so cosa direbbe Abèd se fosse qui. Direbbe “Salìm, ma non capisci? Un libro ti racconta sempre cose vere, anche quando se le inventa”.

Lo diceva continuamente e ogni volta io gli rispondevo che una cosa o è vera o è inventata, non può essere tutt’e due. E lui si arrabbiava, e cercava di dirmelo in un altro modo ma non c’era verso. E alla  ne si metteva a ridere.

“Non riesci proprio a capirlo, eh, Salìm?” diceva. “È questo il bello dei libri, se una cosa riesci a immaginarla vuol dire che può esistere.”

E allora io ci provo. Ci provo a far esistere quel fiore, chi se ne importa se è inventato. Chiudo gli occhi e immagino di essere a casa, ad Aleppo, sotto l’albero in cortile, con le sedie di ferro dipinte di verde e il tavolino dalle gambe a ricciolo. Immagino di vedere un fiore che spunta dalla terra fra l’edera del muro e immagino di coglierlo, piano piano, con due dita, di portarlo dietro qui con me, in mezzo al deserto, e di piantarlo nella sabbia, proprio qui dove sto adesso. E di guardarlo germogliare...

Ci riesco? Sì, ci riesco, quasi mi sembra di vederlo, è qui davanti a me, che sboccia in questa distesa di terra secca e polvere. E penso che Abèd aveva ragione, se riesci a immaginarla, forse una cosa può esistere davvero.

Papà intanto ha finito la preghiera. Ha preso due o tre foglie dal sacchetto del tè, le ha messe nell’acqua e ha acceso il fuoco del fornello. E adesso è lì che mescola col cucchiaio dentro al pentolino, gli occhi bassi, la kefiah che si muove leggermente sollevata dal calore della fiamma.

Sembra vecchio. Eppure non lo è, ma sembra vecchio da quando siamo partiti.

“Che c’è?” mi chiede alzando lo sguardo. “Niente.”

“Mi guardavi.”

“No, stavo pensando.”

“Ah sì? E a cosa?”

Mi volto verso la pianura, questa distesa sterminata con la

sabbia e la polvere che si mischiano insieme, e che volano col vento andando e ricadendo dove pare a loro.

“A niente,” gli dico.

Papà abbassa di nuovo la testa.

“Hai detto la preghiera del mattino?”

“Sì.”

“Bravo il mio Salìm.”

Sorride e continua a mescolare il tè, mentre il fumo sale dentro nell’aria cercando una strada per andarsene lontano. Un po’ come noi.

Ormai sono tre giorni che viaggiamo. Il furgone che doveva venire a prenderci fuori dal con ne non è mai arrivato. Si è portato via i soldi e i documenti e ci ha lasciati lì, insieme agli altri, ad aspettare. E noi abbiamo aspettato, è passata la notte e abbiamo aspettato ancora. Ma il furgone non s’è visto. Perciò ci siamo messi in viaggio. A piedi. Cos’altro potevamo fare?

“Tieni,” fa papà porgendomi la tazza. “Bevi, che ti scaldi un po’.”

Bevo, senza staccare gli occhi da quella linea che separa il cielo dalla terra.

E che sembra sempre lontanissima.

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Continua a camminare (2017@ Edizioni Feltrinelli)

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